Tema conclusivo del Congresso 2014

LIVE YOUR CHALLENGE
Valore e criticità della competizione nello sport

È innegabile che il desiderio di partecipare e misurarsi con se stessi, con gli altri e con l’ambiente naturale viva dentro ciascuno di noi. E’ tuttavia emblematico che di fronte all’aspetto sostanziale, caratteristico, tipico della pratica sportiva, ovvero la competizione, ci si debba interrogare se essa sia un valore o una criticità.
La sociologia dello sport ci indica chiaramente che vi è oggi chi idealizza la dimensione agonistica e chi la denigra e che averne una visione chiara ed una pratica equilibrata, a tutti i livelli in cui lo sport è praticato, non è per niente facile.
C’è chi, privilegiando la dimensione educativa dello sport, la vede come una minaccia; c’è chi, apprezzando l’attività sportiva di alta prestazione, la considera l’emozionante ed attraente ragione stessa dello sport. Di certo tutti coloro che amano lo sport si sono trovati ad interrogarsi sul significato della competizione. Ed è comune la richiesta che l’attività sportiva sia un’esperienza accessibile a tutti, come fattore di partecipazione, dove ciascuno si possa sentire protagonista.

Tutto lo sport, nella sua essenza, è competizione con se stessi e con gli altri?
“La grandezza che lo sport offre è dentro di noi. La bellezza dello sport, come sa bene chi lo pratica, sta nel fatto che esso consente veramente a tutti di trovare la propria dimensione, anche competitiva, perché lo sport, checché se ne dica, è competizione con gli altri e con se stessi.” Così Giovanni Boniolo (in Le regole ed il sudore. Divagazioni su sport e filosofia – Raffaello Cortina Editore), ex-cestista azzurro, oggi docente di filosofia della scienza a Milano, fissa nella competizione la ragione ultima di quella appassionante attività dell’essere umano chiamata sport. Venuta meno la necessità di correre per cacciare o di scalare per conquistare nuovi territori, o di remare per attraversare un fiume, l’uomo ha iniziato a correre, scalare, remare per divertimento e per misurarsi e confrontarsi. La dimensione competitiva è motore dell’attività motoria e sportiva e ne stimola la pratica sia a livello agonistico che a livello ricreativo. “Anche chi pratica attività motoria per mantenersi in salute, o a scopo ricreativo, o per stare nella natura o per fare vita sociale – spiega Mirna Andrijasevic, docente alla Facoltà di Chinesiologia di Zagabria – trae motivazione e gusto all’attività fisica dal piacere di confrontarsi con se stessi, con gli altri e con l’ambiente naturale.”
Gli fa eco Serafino Rossini, insegnante di educazione fisica e docente universitario in Scienze della Formazione: “Ciascuno di noi è animato dal bisogno di provare soddisfazione in ciò che fa. E’ un fatto esistenziale. C’è poco da dire: si vuole vincere. Ma nella competizione, scopriamo che l’altro è il componente che mi permette di valere. Se tolgo valore a quella componente, lo tolgo anche a me: rispettare l’altro, che si oppone a me, è come rispettare il nutrimento della mia identità.”
Qual è dunque il significato della competizione? Cosa significa competere? L’etimologia della parola italiana ci è spiegata dalla origine latina del termine: competizione deriva da cum petere che significa volere insieme la stessa cosa, e cum petizione significa chiamarsi reciprocamente ad una stessa meta.
Meta è il termine utilizzato per indicare l’obiettivo finale nel rugby. La dinamica del cum – petere nel rugby ha un timbro del tutto particolare: “Chi avanza con il pallone sa di essere sostenuto da tutta la squadra, lo sente profondamente. Avverte di far parte di un gruppo compatto. Ha la sensazione di essere spinto in avanti dall’intera, imponente massa costituita da chi in quel momento sta lottando nelle retrovie. Quando stiamo portando avanti il pallone sappiamo perfettamente di non poter fare a meno della nostra squadra, per tutta la durata dell’azione.” (Mauro e Mirco Bergamasco – “Andare avanti, guardando indietro” – Edizioni Ponte alle Grazie)

L’importante è partecipare?
Cum – petere è quanto desidera chi vuol giocare con altri che stanno giocando e chiede: “Posso giocare con voi?” Il valore della competizione si sviluppa a partire dal suo processo, il suo percorso parte dal desiderio di condivisione.
Non è forse in questo senso che le parole, spesso male interpretate, di De Coubertin “L’importante non è vincere, ma partecipare” possono assumere un significato molto più credibile ed interessante? Non intendendole, cioè, banalmente, come “vincere non è importante”, interpretazione di fatto non accettata e disattesa da chiunque. Ma piuttosto dando valore, grazie alle parole “l’importante è partecipare”, al desiderio di condivisione, alla volontà di rispondere, responsabilmente, in certo qual modo, ad una chiamata, vorremmo quasi dire ad una “vocazione intrinseca” all’essere umano a mettersi in gioco. Il presupposto della competizione è l’apertura reciproca al confronto, a partecipare, accettando le regole definite di un gioco sportivo, disponibili a scoprire di avere dei limiti, aperti alla possibilità di trovare avversari più forti di noi, consapevoli che la natura può porci degli ostacoli, disposti a vincere, ma anche a perdere. Un presupposto che, valorizzato, apre alla competizione, normalmente non amata in campo educativo, una prospettiva diversa. Possiamo provare a pensare che la competizione non sia né buona, né cattiva: dal punto di vista pedagogico non conta forse invece di più l’intenzionalità educativa dell’esperienza, cioè il senso che si dà alla competizione? Centinaia di allenatori e tecnici del settore giovanile sanno dare valore alla sinergia delle agenzie educative (famiglia, scuola, parrocchia, società sportiva) che solo insieme possono con – correre al progetto educativo.

Esiste l’agonismo positivo?
E’ possibile proporre un percorso di agonismo positivo? O l’agonismo non è educativo a prescindere? Disgiungere la sfida, la gara, dal vincere non ha alcun significato: che senso ha fare una gara se non è importante vincere? È invece fondamentale comprendere il significato di vittoria, quando si possa dire di aver vinto, rispetto a chi ed a cosa…
La spinta agonistica è positiva e sostanziale per vincere se stessi, per migliorare sempre e per conoscere e, dove possibile, superare i propri limiti. Quanto contano una chiara intenzionalità ed una competenza educativa da parte del dirigente o dell’allenatore nel saper trasmettere il piacere della sfida con sé stessi, del superare i propri limiti?
Lo psicologo Giuseppe Vercelli, sottolinea che “in principio era la competizione”: qualsiasi attività umana richiede un po’ di quella sapienza ancestrale che ci ha permesso di superare ostacoli e limiti che neppure sapevamo di avere. E mette in guardia rispetto al concetto di limite: “Credo che molto spesso la cultura dell’eccesso sostituisca la naturale ricerca del limite durante le gare, soprattutto in alcuni tipi di sport, ed è compito di chi insegna, pratica e studia lo sport educare all’agonismo etico, quello che ha permesso all’uomo una sana evoluzione.”
Ex-allenatore di basket professionistico, Marco Calamai applica oggi la propria competenza nella pallacanestro come operatore sociale sportivo al servizio di ragazzi affetti da disabilità mentale: “Questi ragazzi chiedono: “Dateci fiducia: noi siamo capaci”. Non si tratta di persone malate, ma di persone con caratteristiche mentali diverse, bloccate da catene culturali e limitazioni che il mondo ha messo loro addosso, impedendo così lo sviluppo di potenzialità sconosciute.” Con la sua esperienza ci ricorda anche come la prima forma di partecipazione, grazie ai neuroni a specchio del nostro cervello, si concretizzi nel semplice osservare un’azione: “Il tempo e l’esperienza matureranno il gesto e la partecipazione.”

Lo sport di alta prestazione è portatore di valori?
E’ opinione comune che lo sport di prestazione non possa essere portatore di valori e non possa essere considerato educativo a motivo del fatto che si basa sul rendimento, sulla competizione, sull’impossibilità da parte dell’atleta di sviluppare un pensiero libero, critico e riflessivo sul significato di quanto sta compiendo visto che l’unico scopo è conseguire a qualunque costo la vittoria.
In realtà lo sport di alta prestazione favorisce processi intellettivi di alto livello, strumenti di autoformazione permanente del soggetto, offre condizioni significative di conoscenza di se stessi, promuove il miglioramento continuo ed il superamento dei propri limiti fisici e mentali, sviluppa la resilienza, prospetta la possibilità di essere modello ed esempio positivo, favorisce la ricerca applicata a beneficio della comunità, rappresenta una sfida sul piano educativo. Naturalmente sono necessarie condizioni precise per ottenere tali risultati. Ci chiediamo: è auspicabile e possibile una maggiore contaminazione reciprocamente positiva con il contesto culturale e sociale, affinché chi pratica sport di alta prestazione prenda consapevolezza e senso di responsabilità rispetto agli spettatori, specie quelli più giovani?
Lo sviluppo assunto dallo sport a livello giovanile rende sempre più importante che si riesca a superare la visione dicotomica che mette su due fronti diversi, quasi in contrapposizione, lo sport agonistico e quello educativo.
“Lo sport – spiega Lucia Castelli, psicopedagogista all’Atalanta B.C. – , tutto lo sport, può essere educativo a patto che, secondo la definizione che ne ha dato il Consiglio d’Europa nel ’92, venga proposto con una pluralità di modelli: preventivo, ovvero positivo per la salute; ricreativo, ovvero fonte di piacere e di divertimento; socializzante, ovvero capace di generare relazioni; agonistico, ovvero con l’obiettivo della prestazione. Ogni persona deve poter scegliere il proprio modello, quello che risponde maggiormente alle proprie aspettative, e deve poterlo praticare per tutto l’arco della vita come sana passione e abitudine. Lo sport educativo deve includere e non escludere, deve rispettare le tappe evolutive, deve insegnare il fair play.”
Don Alessio Albertini, assistente nazionale del Centro Sportivo Italiano, precisa che non esiste sport educativo senza agonismo e che esso si sviluppa secondo quattro dimensioni: “La prima: la vita della persone vale di più dei suoi risultati. La seconda: essere capaci di andare sempre oltre ciò che abbiamo raggiunto, con pazienza e tenacia. La terza: la capacità di accettare la sconfitta e il coraggio di riprovarci sono condizioni imprescindibili per crescere. La quarta: l’agonismo comincia dalle “periferie”, cioè dal coinvolgimento di quelli che sono meno dotati e non dal campione: solo così si fa sentire ciascuno importante.”

Quanto tempo è necessario per acquisire competenza?
Competere richiama il concetto di competenza, cum petenza: saper fare qualcosa, essere esperti, in un determinato contesto reale, sia esso la gara, sia esso la vita. Nei recenti Giochi Olimpici spesso abbiamo sentito o letto i cronisti parlare di “talento naturale”, di “atleta predestinato”. Non si tratta di negare il fatto che le abilità innate non contino o che la genetica non abbia un peso, ma questa formulazione sdogana una mentalità che invece di promuovere l’allenamento, l’impegno, le motivazioni, preferisce dare peso al DNA o alla fortuna, lasciando spazio alla de-responsabilizzazione ed alla fuga dalla fatica dell’impegno.
Sappiamo quanto lavoro c’è dietro la conquista di una medaglia olimpica? Sappiamo quanto tempo è necessario per acquisire una competenza? Gli esperti ci dicono che il tempo necessario per diventare competenti in arti, mestieri, professioni, così come nello sport, è di 10 anni o, in altri termini, 10.000 ore. Perché allora abbiamo tanta fretta di misurare il talento di un bambino a 6, 8 o 10 anni? Perché proponiamo uno sport selettivo nelle nostre società sportive a livello giovanile o oggi addirittura infantile?
“L’agonismo a livello giovanile – spiega ancora Lucia Castelli – deve possedere un bollino rosso che indica: “Attenzione, usare con cautela, da vivere in presenza di adulti consapevoli che ti aiutino a capirlo e a praticarlo, in relazione all’età”.
La competizione è elemento imprescindibile, ma va altresì proposta gradualmente nel percorso sportivo educativo.
“Lo sport – precisa Juan Mogni, educatore sportivo, autore del manuale “Un mondo di giochi” Edizioni Correre – non va offerto ai bambini come se fossero adulti in miniatura: nel percorso di educazione all’agonismo positivo, come lui lo definiva, occorre offrire modalità che rispettano le tappe evolutive: attività in cui tutti i bambini possono sperimentare la vittoria per quelli fra 6 e 8 anni, giochi un cui vincono tutti quelli che riescono a… per quelli dagli 8 ai 10 anni, attività in cui vincono alcuni per quelli fra 10 e 12 anni, ed attività in cui vince uno solo dopo i 12 anni.”
Accanto ai modelli, spesso negativi, proposti dai mass media, occorre riconoscere che esiste anche un agonismo positivo che aiuta a crescere, ad affrontare le paure ed a saper giocare da soli ed in squadra.
Se è pur vero, come afferma Alfredo Martini, ex – atleta ed ex – commissario tecnico di ciclismo, che, riferendosi ovviamente agli adulti, “il corridore nasce dalla sofferenza”, tutti gli educatori sportivi concordano sul fatto che prima di tutto l’esperienza sportiva debba essere divertimento, poi passione e dopo, ma solo dopo, accettazione consapevole della fatica per raggiungere un risultato.

É più importante riuscire a… o vincere in assoluto?
Oggi lo sport è diventato unicamente tributo al vincente (viene usato, strumentalizzato da una cultura che non umanizza): denigrare la sconfitta, vederla come un fallimento, esprime una “semplificazione cognitiva”. Tutto risulta infatti più facile da spiegare se si divide il mondo semplicemente in vincenti e perdenti. E’ il pensiero dell’uomo di strada, del senso comune non mediato da una riflessione critica. Come cambierebbero le cose se provassimo ad indirizzare la nostra riflessione culturale nella direzione di saper distinguere fra il vincere per valore assoluto (la medaglia d’oro, il risultato migliore, la massima prestazione) e il vincere per competenza (riuscire a…)?
Di fronte al concetto di competizione esistono due prospettive: una basata solo sulla paradigma vinco / perdo (“il secondo è il primo dei perdenti”); l’altra che considera la competizione a partire dal concetto di condivisione e di confronto reciproco secondo il paradigma vinco / vinco.
La pedagogia ci insegna che crescere significa superare ostacoli adatti alla propria misura ed al proprio sviluppo: l’immagine emblematica è dunque quella di un ostacolo obliquo. Nessuno, così, è escluso dalla competizione e per tutti esiste una possibilità di competere. L’immagine esprime efficacemente il concetto del vinco / vinco, cioè una competizione in cui tutti hanno la possibilità di giocarsi la vittoria, in alternativa al modello vinco /perdo.
Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, nel cui alveo SportMeet ha preso origine, nel suo messaggio, scrive: “Live your challenge: valore e criticità della competizione, è un titolo audace, un tema attualissimo: vivere la competizione come sprone a migliorarsi sempre più e a non accontentarsi delle mezze misure per dare il massimo di sé. Voi sapete che una sana competizione richiede un continuo allenamento e realizza un percorso di crescita a tutti i livelli. Aiuta a superare le sfide e ad apprezzare le capacità degli altri come le proprie.”
E’ l’invito che ha offerto alla nostra riflessione papa Francesco quando a Copacabana invita i giovani a non essere “balconeros”, cioè a non guardare la vita dal balcone, ma a muoversi, a partecipare, a giocarsi la vita per un ideale e di fatto a scegliere di rischiare nel confronto e nella competizione.
Una competizione positiva nasce dal prendere in considerazione quale sia l’orientamento motivazionale: rivolto all’io (essere più bravo di un altro, sono bravo solo se vinco…) oppure rivolto al compito (mi sento efficace, faccio sport perché mi piace, mi porta a non barare di fronte ad un fallimento). Se siamo in grado di educare alla consapevolezza ed alla responsabilità, i due orientamenti motivazionali possono coesistere?

E’ possibile vivere l’esperienza della reciprocità nella competizione sportiva?
Una prospettiva matura nei confronti della competizione presuppone il riconoscimento del valore dell’altro. “Nel nome SportMeet, – spiega Roberto Nicolis, operatore sportivo sociale, tra i promotori di SportMeet – la parola meet sottolinea il fatto che lo sport è incontro, anche nello sport individuale. Ognuno di coloro che hai sconfitto come squadra o che arriva dopo di te al traguardo non è il primo dei perdenti, ma è colui che aggiunge, dà valore alla tua prestazione e stringergli la mano è segno di senso di responsabilità oltre che di rispetto. Immaginiamo il vincitore di una maratona che, tagliato il traguardo, si volta a stringere la mano agli avversari che lo seguono, dicendo a ciascuno: “Grazie, grazie, grazie…” perché è “grazie a te, a te, ed alla fatica di tutti che la mia vittoria assume un significato più profondo divenendo relazione e non affermazione.” Chi mi rende migliore? Sei tu a rendermi migliore. Questa visione apre una prospettiva nuova alla nostra pratica sportiva?
Mauro Berruto, coach della nazionale italiana di pallavolo maschile, spiega come il volley possa insegnare in modo esemplare che l’obiettivo possa venir raggiunto solo attraverso il gioco di squadra: “Le dinamiche all’interno di una squadra non possono prescindere da quello che fa qualcun altro prima di te e da quello che qualcun altro farà dopo di te”.
Anche la regola del rugby che prevede la possibilità di passare la palla solo all’indietro, educa al gioco di squadra: “Da soli non possiamo fare nulla, sembra confermarci la nostra strana regola. Il gesto del passare indietro la palla fa dell’umiltà una virtù strategica. Una regola universale, che nel rugby si apprende subito, è «se non passi, se non fai partecipare gli altri, se non li rendi partecipi delle tue imprese, il gioco non funziona». Andare avanti guardando indietro.”
Si pone, l’esigenza di imparare a competere, prima ancora di imparare a vincere o perdere. Il sostegno, la spinta a mettersi in gioco, e quindi a competere, è la motivazione: il meccanismo che sviluppa e mantiene la motivazione intrinseca, ovvero il gusto di competere, indipendentemente dal successo, il nostro senso di competenza o senso di autoefficacia. Sentirsi competenti è fonte di piacere e stimola ad impegnarsi ancora: un meccanismo che bene spiegano i neurofisiologi che ne hanno scoperto la sede in una parte del nostro cervello chiamata sistema limbico. Proprio il venir meno della motivazione è causa del preoccupante fenomeno dell’abbandono precoce dello sport da parte di più di metà degli adolescenti sportivi. “Essi sono – spiega lo psichiatra Matteo Rampin – distanti dall’idea di fare fatica per un obiettivo e di posticipare il raggiungimento di una meta anche a causa delle nuove tecnologie che promettono di poter disporre in tempo reale di qualsiasi risposta, eludendo o accorciando i tempi di ricerca.” Fiducia nei loro confronti è quanto chiede Marco Calamai: “Verso gli adolescenti occorre avere fiducia: essi sono naturalmente predisposti ad attivarsi di fronte a progetti e mete alte.”
Sempre i neurofisiologi ci insegnano che un fattore fondamentale per sostenere l’automotivazione è la manutenzione delle relazioni, ovvero la cura del valore della presenza degli altri, dell’altro: sono le persone che stanno attorno a noi a motivarci, a farci sentire capaci, o, al contrario, a demotivarci o farci sentire incapaci.

Il secondo arrivato è il primo dei perdenti o l’avversario è colui che dà valore alla mia prestazione?
La competizione è un meccanismo sociale indispensabile nella crescita della persona, ma vale il principio che dosi eccessive o la mancanza di relazioni possono essere nocive. Nello sport si impara a misurarsi con gli altri, ma anche a condividere, e se si mette solo o troppo l’accento sul risultato si perde l’opportunità di godere di quei “beni relazionali” per i quali l’esperienza sportiva è un luogo privilegiato. E’ possibile dunque, e come è possibile, vivere la fertile esperienza della reciprocità che non elimina, ma comprende, l’altro nella competizione sportiva?
La competizione disgiunta dalla manutenzione delle relazioni e dalla considerazione dell’altro produce effetti negativi e, sostanzialmente, la fine stessa del gioco.
La spiega bene la filosofia del rugby: “Se sperimentiamo di poter andare verso l’altro con fiducia, riusciamo ad aprirci alla vita in tutte le sue dimensioni: la vita infatti ci si apre in proporzione diretta a quanto noi ci apriamo ad essa, cosa che non è sempre facile perché esiste il timore di perderci o di perdere qualcosa di noi. […] Non si può fingere amicizia e coltivare rancore verso un compagno di squadra, perché presto o tardi dovremo mettere la nostra incolumità nelle sue mani”
Possiamo dunque forse ritenere accettabile l’opzione offerta dallo sport di oggi che semplifica tutto in perdenti e vincenti? Essa esaurisce ed esprime davvero i contenuti della pratica sportiva o ve ne sono altri da scoprire e sperimentare? Quando cerchiamo di regolare il selettore del contrasto sul nostro schermo sperimentiamo che la visione delle cose è ottimale quando il contrasto è regolato al meglio, non quando riduciamo il contrasto con il risultato di avere una immagine poco nitida. La competizione è dunque incontro di alto e basso, di dentro e fuori, di forte e fragile, di bianco e nero: è contrasto, non è grigio. Quanto è importante anche nello sport l’incontro con l’altro? Non è forse il mettersi a confronto con l’altro la sfida più alta? Non è forse lo sport un luogo di sviluppo di quella dimensione che si chiama “insieme”?

Dalla competizione alla coo – petition?
Abbiamo conservato la capacità di saperci incontrare? Gli economisti, in periodo di recessione, sono convinti che fra le nuove frontiere dell’economia aziendale vi sia quella di coniugare cooperazione e competizione, ipotizzando una via nuova chiamata, appunto, coo – petition ovvero competizione cooperativa.
Insieme è un’esperienza che vale sia negli sport individuali, perché ho bisogno dell’altro per capire quanto valgo, sia in quelli di squadra perché ho bisogno degli altri per raggiungere un obiettivo, sia in quelli di sfida alle difficoltà offerte dall’ambiente naturale perché è l’esperienza di chi ci ha provato prima di me, anche di chi ha fallito, che mi consente certe imprese. Nel confronto scopro le mie fragilità e posso crescere perché esse sono necessarie all’evoluzione della mia vita, e della vita del cosmo, conosco la mia forza ed i miei veri talenti.
Chiara Lubich, in un suo messaggio a SportMeet di qualche anno fa, affermava: “Lo sport può essere importante per l’educazione, soprattutto delle generazioni più giovani. Lo sport può far rilevare la dimensione essenziale dell’uomo sia come essere finito, difronte a difficoltà e sconfitte, sia come essere chiamato all’infinito, capace di superare i propri limiti”.
Non è forse l’assenza della fertile spinta della dinamica relazionale a determinare la solitudine non solo dei perdenti quanto anche la solitudine dei vincenti? Basta pensare ai grandi campioni colpiti dalla depressione o dalla incapacità di gestire il successo o la fine della carriera. Se non vogliamo far crescere, nello sport, la schiera dei frustrati non si rende forse sempre più necessario individuare quale sia il vero valore della competizione e quali siano le vere vittorie?
Ed infine, lo sport può limitarsi ad essere il mero specchio di un mondo che ha fatto della competizione e della conquista il proprio vessillo, generando sempre più distanza fra vincenti (pochissimi) e perdenti (la maggior parte dell’umanità) o può e quindi deve dare un contributo culturale originale alla competizione come sfida che genera la collaborazione come traguardo?

Qual è il valore della competizione e quali sono le vere vittorie?
Migliorarsi, provare gratificazione, scoprire il valore dell’altro: in questa direzione vanno ricercati sempre nuovi significati del concetto di vittoria. Lo sottolinea il messaggio di Maria Voce ai partecipanti al congresso: “Vi auguro che l’esperienza di questi giorni consolidi e sviluppi una nuova cultura sportiva da cui scaturisce un nuovo stile di competizione: il gareggiare, prima di tutto, nell’”amarsi e stimarsi’ a vicenda e cogliere ogni conquista, ogni vittoria, come occasione per donare e donarsi di più. Lo sport sarà così luogo di dialogo e d’incontro propizio a promuovere la fraternità universale.”

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