Comperare emozioni. O viverle?

Paolo Crepaz

medico dello sport e giornalista sportivo coordinatore di Sportmeet

Il patto che sport e mezzi di comunicazione hanno stretto fra loro si fonda su un presupposto ben preciso: quello dell’integrazione di strategie e di interessi, in rapporto ai rispettivi campi d’azione e alle loro specificità. I media hanno trovato nello sport un oggetto di narrazione tipizzato nella struttura ed evocativo nei contenuti, capace di catturare l’interesse di vasti segmenti di pubblico; lo sport ha trovato nei mass-media uno straordinario veicolo di trasmissione per estendere al massimo la propria diffusione. Un matrimonio d’interesse, come lo ha appropriatamente definito Minerva.
Un intreccio di interessi con situazioni quanto meno originali: il broadcasting organizzatore di eventi sportivi a proprio uso e consumo (vedi tornei di calcio estivi), la fusione fra proprietà di club e proprietà televisiva (Milan con Mediaset, Canal Plus con Paris Saint Germain e Servette). E poco importa che l’evidente fenomeno della sportivizzazione della società si riduca in realtà al mettere sempre più persone in poltrona davanti al teleschermo per seguire un evento sportivo, anziché spronarle al movimento. Recentemente è stato infatti pubblicato uno studio di neurofisiologia che dimostra come i cosiddetti neuroni “mirror” presenti nella corteccia premotoria, nel lobo parietale e nell’area di Broca, responsabili della sensazione di coinvolgimento, si attivino allo stesso modo nel fare sport come nel vederlo da spettatori.
In questo intreccio di interessi reciproci l’imporsi del mezzo televisivo ha visto progressivamente prevalere le logiche del mezzo su quelle dell’evento: sono le esigenze televisive a dettare tempi e modi degli avvenimenti sportivi, grazie ad una vera e propria invasione di campo. Almeno su cinque fronti: influenza sui regolamenti; replay e moviolizzazione; passaggio dal calendario al palinsesto; regia televisiva come sceneggiatura e drammatizzazione; self –tv e frammentazione dell’esperienza.
Influenza sui regolamenti: il modo più antico, con il contenimento dei tempi di svolgimento della gara (introduzione del tie-break nel tennis e del rally point system nel volley), con la frammentazione della gara per concedere più spazi agli spot (i 4 tempi nel basket) e per poter intrufolare le telecamere davanti alla panchina e rubare le indicazioni dell’allenatore.
Moviolizzazione: ha reso il medium assoluto protagonista della scena. L’utilizzo esagerato del replay, con la moltiplicazione all’infinito di un singolo episodio, ha portato alla banalizzazione dell’evento ed alla perdita dell’aura. La moviola ha assunto il ruolo di supporto inquisitorio con ingigantimento del singolo errore e allontanamento dalla complessiva comprensione del gioco.
Passaggio dal calendario al palinsesto: ha portato allo spezzettamento del calendario della stagione agonistica ad uso e consumo della programmazione televisiva con perdita, ad esempio, del carattere di rito condiviso nel giocare tutti nello stesso giorno ed alla stessa ora.
Regia televisiva come sceneggiatura e drammatizzazione: il racconto televisivo di un evento ha preso il sopravvento sull’evento stesso, ed il regista è autorizzato a seguire un proprio personale percorso narrativo, ad esempio attraverso le sempre più numerose telecamere o attraverso l’invio in onda di spezzoni biografici, in cui le gesta sportive finiscono a volte in secondo piano se non addirittura in differita. Il docu-dramma ha estromesso il tempo sacro riservato alla diretta dell’impresa agonistica.
Self –tv e frammentazione dell’esperienza: la crescente possibilità offerta al consumatore di costruire la propria versione dell’evento, con l’uso di telecamere personalizzate, porta ad una frammentazione dell’esperienza di consumo sportivo televisivo con la sostanziale erosione della condivisione di questa esperienza.

Questa veloce analisi del rapporto, della connivenza, della simbiosi fra sport e media, lascia intuire come si sia arrivati rapidamente a situazioni impreviste solo fino a pochi anni orsono, dove sembra contare più il contenitore che il contenuto, l’immagine che la realtà, dove costruire infrastrutture, ottenere promozioni turistiche, fare pubblicità a marchi o amministrazioni vale più che offrire una vetrina alle inesplorate qualità umane che lo sport sa mettere in luce. Il tutto usando gli atleti.
Tutto questo è possibile perché l’uomo ha bisogno assoluto di emozioni, ma a volte non sa distinguere fra quelle vere e quelle false. Perciò accetta di comprare, sempre più a caro prezzo, quelle degli altri, piuttosto che viverle, con qualche sforzo, in prima persona. Per chi, come me, è nato tra le montagne la natura è stata ed è palestra di vita: luogo della conoscenza dell’ambiente naturale e luogo di conoscenza di quel particolare ambiente che è la propria persona, conoscenza che proprio la natura, ed il confronto con essa, ti aiuta a sviluppare. Non sapevo cosa fosse l’agonismo se non quel silenzioso, intimo, tenace resistere alla fatica, consolato dal canto degli uccelli o dal profumo dei rododendri. In natura la bellezza del movimento non richiede cronometri e classifiche: è bellezza e basta. Rubare un posto in graduatoria non vale quanto calpestare una distesa immacolata di neve. Chi ha potuto vivere almeno una volta esperienze simili, prova una certa compassione nel vedere che molti atleti straordinari sono oggi ridotti dal sistema politicizzato e commercializzato dei grandi eventi sportivi a portabandiera di interessi del tutto estranei alla meraviglia del gesto atletico.
E’ bastato introdurre la necessità di soldi e mezzi come via d’accesso all’agonismo ad alto livello, per trasformare gli atleti da ambasciatori delle eccezionali capacità nascoste nella natura umana a schiavi dei diritti televisivi e dei successi altrui, commerciali ed anche politici, come ai tempi dei regimi. A meno che qualcuno non identifichi la libertà con l’ottenimento di sponsorizzazione, identificazione che molti apprezzano.

Comunque il nemico da cui difendersi non è chi specula sullo sport, ma l’ignoranza del significato del corpo e delle dimensioni a cui esso ci può portare nelle relazioni con l’ambiente ed il movimento, oltre che con gli altri. Qualcuno dice che oggi servirebbe un vero e proprio “annuncio del senso del corpo” prendendo a prestito la terminologia religiosa. Nel considerare il significato più profondo dell’attività motoria sarebbe interessante una sincera ricapitolazione di tutte le conoscenze a proposito di quel fatto straordinario che è l’incarnazione della nostra persona in un corpo. Un corpo che viene da miliardi di anni di evoluzione naturale e che è di conseguenza legato stretto agli ambienti del nostro pianeta ed ai meravigliosi movimenti atletici che esso rende possibili. Gli sport che si praticano nell’ambiente naturale sono ovviamente in primo piano nella potenziale riscoperta della persona umana come fine stesso degli exploit vissuti sul territorio naturale: ma solo a patto che si smetta di trattare il corpo come un semplice mezzo, ad esempio per fare un record, per diventare celebri o per appiccicarsi addosso patacche che rendono un po’ di soldi, il tutto rischiando di riempire il corpo di sostanze dopanti.
Le discipline sportive, la cui storia ricalca la storia stessa dell’uomo, basti pensare alla caccia o ai pionieri dello sci in Scandinavia, si sono affinate nel tempo. Sono passate attraverso un percorso di progressiva razionalizzazione delle proprie situazioni: si è cercato di separarle, fino al limite del possibile, non solo dalle condizioni legate ai limiti umani (col doping, ma anche con panchine infinite, segnali che la sconfitta non è contemplata), ma anche dalle condizioni naturali dell’ambiente (piste da sci al coperto con neve artificiale, terreni di calcio in sintetico). Tanto che oggi non esiste più un solo terreno di gara che sia stato modellato unicamente dalla natura. Basta pensare agli sport invernali: si svolgono tutti su piste costruite secondo criteri decisi a tavolino e su manto creato o fortemente modificato con notevoli artifici. Nel contempo abbigliamento, impianti di risalita ed inquadrature televisive spingono verso un sempre più ricercato distacco dell’evento dalla natura. Oltre a questo, il vero fulcro su cui si basa l’alienazione delle specialità sportive è l’impoverimento mentale: grazie ai media il pubblico è trascinato a concentrarsi sulla brevità dei tempi cronometrici e sui punteggi, così da perdere la percezione di qualsiasi altra dote che non sia quella della massima velocità (esclusi pochi casi, come il pattinaggio artistico, comunque afflitto dall’incubo dei punteggi assegnati da giurie condizionate). Ed è trascinato dalle moviole, il cui fuoco così ristretto preclude gli orizzonti di una visione d’insieme, a discutere, come già affermato,  sugli inevitabili errori arbitrali anziché a scoprire l’intelligenza di una certa disposizione tattica studiata da un allenatore. O viene incantato dai reality show, strumento per voyeur, a concentrarsi sulle tresche dello spogliatoio per dimenticare la pochezza atletica dei suoi protagonisti.
Anche chi pratica lo sport è a volte tratto in inganno da chi finanzia le sue gesta, da sponsor disposti a pagare, e pagare tanto, ma a volte davvero usano gli sportivi per poi gettarli, situazione cui la società di oggi ci ha abituati: se sei utile sei considerato, quando non rendi più vieni parcheggiato da qualche parte. A volte è necessaria una forza di gran lunga superiore a quella richiesta dal gesto sportivo per riuscire a conservare la propria identità e rimanere in armonia con se stessi. Un esempio? Le persone che vogliono vivere di montagna sfruttando coloro che vanno in montagna, situazione, questa, estremamente pericolosa in una disciplina come l’alpinismo. La fame di denaro può infatti indurre facilmente ad accettare i miraggi di chi cerca di sfruttarti per avere la possibilità di scrivere un libro o di girare un film su quelle che chiamano “imprese”: se poi succede una disgrazia meglio ancora, perché il libro vende di più. Molti giovani alpinisti acerbi, ma avidi, vengono attirati nel circuito dell’alpinismo di livello da certe presentazioni mediatiche della montagna improntate al no limits, al super-uomo. Recentemente un famoso marchio di birra ha messo in palio diverse migliaia di euro per chi batterà il record di velocità nella salita all’Everest: per quei soldi la gente, e parlo soprattutto dei più poveri, degli sherpa, è disposta a morire, pur di migliorare le condizioni economiche delle proprie famiglie. Sono stato al Campo Base dell’Everest un anno fa: lì, nella valle del Kumbu, non ci sono alternative di lavoro a quella di caricarsi di pesi le spalle per tutta una vita. L’occidente con i suoi denari sta scatenando una guerra fratricida fra gli sherpa per essere il più veloce, il più forte, il più coraggioso: gli altri vengono scartati dalle agenzie.
Un secondo esempio. Da medico sportivo ritengo che un calciatore non possa disputare 60 – 65 partite l’anno e non possa disputarle tutte ad un certo livello. Non lo consente la velocizzazione del gioco, la durezza dei contrasti, il tempo necessario per un adeguato recupero  fisiologico. Eppure gli sponsor ed i media che fanno ad essi da cassa di risonanza e da cassaforte, esigono visibilità e prestazioni sempre ad alto livello, inducendo il pubblico a esigere altrettanto: il ricorso al doping o comunque il supporto dei farmaci appare inevitabile.

Esistono alternative praticabili?

E queste alternative possono risultare altrettanto interessanti per gli appassionati quanto le esperienze atletiche su terreno artificiale o reso artificiale? Può risultare affascinante una disciplina praticata su aree di terreno non garantite da copertura televisiva? Le esperienze atletiche e motorie alternative sono suggerite dalla natura stessa. Velocità, destrezza, resistenza, sono prima di tutto qualità degli animali selvatici, che le praticano ad altissimo livello senza mai essersi posti il problema di piste predisposte, cronometraggi, punteggi. E lo fanno perché nel gesto c’è qualcosa di bello. Sostenere che il camoscio, la lince, l’aquila, gareggiano incessantemente per ottenere una preda, sfuggire un predatore o accoppiarsi è totalmente falso. Il gioco, o l’abbandono alla bellezza del volo, dei salti, della corsa, delle acrobazie, nella vita animale occupano in genere molto più tempo del gesto atletico risolutivo per la sopravvivenza, o comunque sono quasi sempre mischiati ad esso e prendono spesso il sopravvento. Il fatto che troppi documentari ci facciano credere il contrario dipende solo dall’ennesima imposizione dell’audience televisiva, che accomuna uomini ed animali nella distorsione dei ritmi della vita.
La ricerca della bellezza grazie al movimento, il desiderio della relazione corporea con tutto ciò che di grande, di poco conosciuto o “altro” ci appare intorno, e che si trasforma da sé in un dono spirituale, è radicato nella natura degli esseri viventi.
Scivolare veloci o lenti sulla neve, così come il vento ed il gelo l’hanno formata o inventare una traccia di salita o di traversata a piedi, con gli sci o con le racchette scoprendo un sempre più fedele adattamento della linea ai segreti della neve e del territorio. Tutto questo è molto di più di una prestazione: è entrare giocando nei segreti del creato.
Andare “più piano” dei campioni su un percorso in montagna o su una rotta di mare o per i sentieri di campagna, non solo non significa valere meno, ma può voler dire andare ben oltre nel perfezionamento del gesto atletico: non solo i momenti di velocità, ma anche la lentezza, la sosta, l’ascolto, l’interpretazione, l’invenzione, la relazione, l’arte e la poesia di un movimento inserito in un’atmosfera, confluiscono in quella sorta di prestazione che è il tempo passato sul territorio naturale. Chi ha provato entrambe le dimensioni, lo sport del cronometro e quello nell’ambiente naturale, sa di cosa stiamo parlando. Accanto al parassitico connubio tra sport e comunicazione, potrebbe dischiudersi lo spazio per una dimensione sportiva che è comunicazione, un gesto sportivo che comunica, che è messaggio prima che record, che è relazione prima che spettacolo.

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