È possibile la fraternità nello sport?

Paolo Crepaz

Medico e giornalista sportivo, presidente di Sportmeet 

Un’idea universale: la fraternità
Vogliamo iniziare questa nostra riflessione con un brano di un messaggio di Chiara Lubich indirizzato ad un convegno di sindaci latino-americani, un brano di forte sapore profetico e, al contempo, di inusitata concretezza: «Le forti contraddizioni che segnano la nostra epoca necessitano di un punto di orientamento altrettanto penetrante ed incisivo, di categorie di pensiero e di azione capaci di coinvolgere ogni singola persona, così come i popoli con i loro ordinamenti economici, sociali e politici. C’è un’idea universale, che è già un’esperienza in atto, e che si sta rivelando in grado di reggere il peso di questa sfida epocale: la fraternità universale.»
Proporre la fraternità universale come categoria di pensiero e di azione, come modello di riferimento per la cultura, e, nel nostro caso, per la cultura sportiva, è anzitutto un invito ad una riflessione seria sul principio di fraternità.
Il concetto di fraternità, che incarna essenzialmente, a giudizio dei francesi, il polo affettivo della “divisa” repubblicana, non è ovviamente riducibile a quella sola dimensione. La fraternità, tanto per il suo carattere centrale nella vita e nel pensiero politico moderno, che per il suo carattere ampio e delicato merita senza dubbio un approccio multidisciplinare. Essa, in effetti, non è solo una nozione politica, ma è altresì un principio, un sentimento, un ideale, qualcosa che sottende un valore vicino al sacro ed allo stesso tempo un veicolo del diritto e delle istituzioni.
La parola fraternità suscita certamente in noi reazioni molto diverse. Positive, se essa è collocata nel contesto dei rapporti familiari, dove è percepita come sinonimo di sostegno, di prossimità, di condivisione, di calore affettivo. Reazioni quanto meno all’insegna della perplessità, se la fraternità è collocata nell’ambito pubblico, dove al massimo intravediamo nella solidarietà un principio collante le relazioni sociali. Addirittura diffidenti sono le reazioni se la fraternità è accostata, ad esempio, al complesso mondo dell’economia.
Ed accostata allo sport? Sappiamo quanto il concetto di fraternità, inteso come sinonimo di dialogo, amicizia, pace, sia da sempre presente nella cultura dello sport, auspicato quale frutto della pratica sportiva stessa. A livello sportivo istituzionale la pace è spesso addirittura rivendicata come conquista possibile solo attraverso lo sport, lì dove, si afferma, avrebbero fallito finora religione e politica. Allo sport viene attribuita la capacità di sviluppare le relazioni sociali , di essere fattore di comprensione internazionale e strumento di pace , di essere “componente essenziale della nostra società” , capace di trasmettere “tutte le regole fondamentali della vita sociale”  e portatore di valori educativi fondamentali quali “tolleranza, spirito di squadra, lealtà” .
Il 3 aprile scorso, proprio nel tracciare un bilancio dell’Anno Internazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica, promosso dall’ONU per il 2005, Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha affermato: “Lo sport deve diventare uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del mondo” . Ed Adolf Ogi, suo consigliere speciale per lo sport, ha aggiunto: “Lo sport è uno strumento vitale per costruire un mondo migliore. Desideriamo cittadini in buona salute e istruiti in ogni continente. Desideriamo lo sviluppo. E desideriamo la pace. Possiamo realizzare questi obiettivi con lo sport” .
La pratica sportiva reclama dunque abbinata a sé l’immagine di strumento di incontro, di amicizia, di pace, di fratellanza. Ma con quale effettiva convinzione, con quale reale spessore? Prima di rispondere a questa domanda proviamo brevemente a riflettere insieme in termini più generali sul concetto di fraternità.Il principio di fraternità: valenza religiosa e valenza laica

Il principio di fraternità ha una valenza religioso-morale e una laico-naturale ed in questa operazione, che è davvero globale, vediamo coerente e auspicabile una maggior comprensione e un maggior dialogo tra cultura laica e religiosa alla ricerca di elementi comuni – come la fraternità – in vista di un obbiettivo da raggiungere.
In tutte le grandi religioni – con accenti diversi e nei contesti più vari – la fraternità è presente come obbiettivo di rapporti fra esseri umani, come elemento edificante una convivenza sana e pacifica. Ma è certamente con il cristianesimo che la fraternità assume una valenza universale. Va al di là dei legami di sangue e amicali per fondare la stessa convivenza umana. Non si tratta solo di una virtù, legata dunque ad un comportamento, ma di un concetto che richiede una fondazione ontologica, propria dell’essere. Essa viene indicata da Gesù nella universale paternità di Dio verso tutti gli uomini: poiché tutti, senza distinzione, sono figli dello stesso Padre, tutti, dunque, senza distinzione, sono fratelli fra loro. Questa affermazione dell’uomo di Nazareth inserisce nella storia un principio innovativo e rivoluzionario: abbatte le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici, i compatrioti dagli stranieri, gli uomini dalle donne e, così facendo, scioglie ciascun uomo da ogni rapporto ingiusto o semplicemente indifferente e invita tutti a comporre una nuova convivenza esistenziale, sociale, culturale, politica.
Da allora i germi del principio di fraternità iniziano a fiorire e ad innervare la storia. Quella della fraternità è una storia affascinante che conosce nel suo cammino momenti di successo, ma anche fallimenti e tradimenti cocenti, anche in ambito religioso. Fra i momenti luminosi come non pensare alla fraternità monastica che nell’Europa del V e VI secolo con Benedetto da Norcia crea una rete di centri spirituali, economici e culturali attorno ai quali rinasce l’Europa? Ora et labora è il motto benedettino che compone la fraternità dei contemplativi con i lavoratori della terra. Più tardi, nel Medio Evo, fiorisce la fraternità mendicante. La vita consacrata lascia i monasteri per scendere nei borghi e nelle città medievali. Fratelli tra fratelli è il loro ideale evangelico, di cui Francesco di Assisi è tipo, icona e modello insuperabile. Il poverello fonda la sua comunità sulla fraternità che si estende a tutti i poveri, lebbrosi, emarginati, ma anche ai signori, agli ecclesiastici, ai lontani come i musulmani, sino a coinvolgere in questo abbraccio universale tutte le creature di Dio . E come non pensare nel nuovo mondo che si affaccia alla conoscenza dei popoli, alle Reducciones dei Gesuiti nel cono sud dell’America Latina, vero esempio di fraternità con gli Indios, base per l’incontro culturale nell’opera di evangelizzazione, di riscatto e di crescita economica.
Fra i fallimenti e i tradimenti nei confronti della fraternità non c’è che l’imbarazzo della scelta: basti ricordare le guerre di religione in Europa con il loro seguito di sofferenza e di morte, le crociate in Medio Oriente, il saccheggio dell’Africa nell’era coloniale.
L’orizzonte religioso offre alla società attuale, complessa e globalizzata, una fraternità vitale e capace di calarsi nelle vicende della quotidianità. L’indù Gandhi insegnava: “La mia missione non è semplicemente la fratellanza dell’umanità indiana. Ma attraverso l’attuazione della libertà dell’India, spero di attuare e sviluppare la missione della fratellanza degli uomini” . Nel Corano, libro sacro dei musulmani si legge: “Ogni essere umano è somigliante ai suoi simili e perciò l’umanità forma una comunità fraterna a servizio del creatore, il compassionevole, il Signore dell’Universo”.
La prospettiva cristiana sottolinea in modo sostanziale che qualità primaria della fraternità è l’universalità. Ciò significa distendere i rapporti fraterni oltre i vincoli del rapporto parentale e dei legami familiari per raggiungere ed abbracciare ogni essere umano, uomo o donna, cittadino o straniero, della mia o dell’altrui razza, patria, etnia, religione, considerato ed accolto come un fratello, una sorella. La sfida è quella di concretizzare nella storia ciò che è segno della nostra umanità. Martin Luther King, uomo politico, difensore dei diritti dei suoi fratelli neri, aveva capito a fondo questo insegnamento, là dove asseriva: “Ho il sogno che un giorno gli uomini si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli; e che la fratellanza diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo” .
Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, il documento che tratta dei rapporti fra Chiesa e mondo contemporaneo, riparte da questa convinzione nell’offrire agli uomini di oggi un suo contributo specifico alle soluzioni delle sfide con cui dobbiamo misurarci: “Dio, che ha una cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero fra loro con animo di fratelli” . Consequenziale diventa l’impegno della Chiesa di offrire all’umanità “la cooperazione sincera al fine di stabilire quella fraternità universale che corrisponde alla vocazione dell’uomo” .
La fraternità emerge nella modernità, come già accennato, nella sua valenza laica come categoria sociale e politica nel trittico della rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité. Sappiamo che, con il tempo, il terzo elemento del trittico andò in disuso. La lettura ideologica dei tre elementi diede vita a mediazioni storiche variegate e in contrasto – a volte anche aspro e conflittuale – tra di loro. Povero destino quello della fraternità per lunghi secoli, se la storia stessa non si fosse poi incaricata di darle ragione. Scrive il sociologo Sabino Palumbieri in un suo bel saggio: “L’elemento base del trinomio, sul piano della garanzia vitale, è la fraternità. L’elemento condizionante è la libertà come capacità di promuovere quella dell’altro. L’elemento verificante è l’applicazione universale” .
Sul versante laico la fraternità è stata accolta nel massimo documento politico dell’epoca moderna, la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite: “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”  .
Il costituzionalista italiano Filippo Pizzolato, dell’Università di Milano-Bicocca, ha affermato: “La fraternità esprime meglio di ogni altro concetto l’idea di una solidarietà che non si aggiunge successivamente e dall’esterno alla libertà, ma ne è una dimensione orientante e costitutiva. La fraternità modula l’espansione dei diritti, garantendo che essa avvenga sempre in coerenza con il bene comune, cioè custodendo la coesione sociale.” …“La fraternità è il termine con cui, sinteticamente, possiamo esprimere la relazione fra i diritti e i doveri, fra la libertà e la responsabilità” .
“E’ la fraternità – scriveva Chiara Lubich -  che può far fiorire progetti ed azioni nel complesso tessuto politico, economico, culturale e sociale del nostro mondo. E’ la fraternità che fa uscire dall’isolamento ed apre la porta allo sviluppo dei popoli che ne sono ancora esclusi. E’ la fraternità che indica come risolvere pacificamente i dissidi e che relega la guerra ai libri di storia. E’ per la fraternità vissuta che si può sognare e persino sperare in una qualche comunione dei beni fra Paesi ricchi e poveri, dato che lo scandaloso squilibrio, oggi esistente nel mondo, è una delle cause principali del terrorismo. Il profondo bisogno di pace che l’umanità oggi esprime, dice che la fraternità non è solo un valore, non è solo un metodo, ma un paradigma globale di sviluppo politico. Ecco perché un mondo sempre più interdipendente ha bisogno di politici, di imprenditori, di intellettuali, di artisti (ed noi aggiungiamo di sportivi) che pongano la fraternità, strumento di unità, al centro del loro agire e del loro pensare”  .
La scelta del dialogo, anche con tutti i suoi rischi, può portare, attraverso la “fecondazione reciproca” , ad un esito culturale che solo può reggere l’impatto della globalizzazione: dalla multiculturalità alla interculturalità . In un “manifesto” pubblicato di recente, dal titolo “Diversità nell’unità”  si afferma che occorre uscire da due logiche contrapposte ed entrambe sbagliate per cercarne un’altra: da una parte l’immagine del calderone (l’assimilazionismo dell’appiattimento), ove tutte le identità si fondono, dall’altra quella della macedonia (il multiculturalismo illimitato e disgregante), ove le parti semplicemente si giustappongono. Si propone la metafora del mosaico, ove tutte le tessere sono uniche ed insostituibili, pur essendo inserite in una stessa cornice.
La svolta epocale che i tempi richiedono, – è nostra convinzione – deve partire da una nuova cultura, da uno sguardo nuovo sulla realtà, da una riflessione che abbia il coraggio di incorporare nel quadro concettuale, idee e categorie nuove, o meglio rinnovate dalle nostre esperienze e dalla nostra creatività: la fraternità intesa non solo come comportamento virtuoso, etico, ma come categoria concettuale, come paradigma scientifico che possa innervare il discorso culturale, anche quello sportivo.
Pensiamo che la fraternità oggi non solo possa trovare spazio, ma si imponga come una necessità per portare a maturazione una società più umana, meno conflittuale e problematica, che si caratterizzi per relazioni inclusive, positive, creative. La fraternità, dunque, come ideale da affermare, come ideale di oggi. Ma esistono segni della fraternità nelle vicende dei popoli oggi? Può essere la fraternità, e non lo “scontro di civiltà”, come profetizzato in modo angosciante da Samuel Huntington, la via d’uscita dallo stato di terrore e di ansia nel quale viviamo? Lo sport può immaginare di ritenersi esonerato dal dover intraprendere delle scelte e dal dare il proprio contributo?

Il contesto culturale sportivo

L’attività sportiva è affidabile ed esigente campo di sperimentazione della reale capacità e volontà di contribuire allo sviluppo integrale della persona umana ed alla costruzione della fraternità. Lo sport è profondamente intrecciato con la realtà che ci circonda. Per questo in esso vivono e si esprimono le contraddizioni di oggi: la spettacolarizzazione esasperata, la quotidianizzazione, il doping, il razzismo e la violenza. “Nello sport si ritrovano tutti gli aspetti del reale: – afferma Bernard Jeu – l’estetica (poiché lo sport si osserva), la tecnica (poiché lo sport si apprende), il commercio (poiché lo sport si vende bene e fa vendere altrettanto bene), la politica (lo sport è l’esaltazione del luogo, della città, e nello stesso tempo è anche il superamento delle frontiere), la medicina (lo sport implica l’esercizio del corpo), il diritto (senza l’universalità delle regole la competizione non è più possibile), la religione (lo sport vi trova le sue origini, ma si presenta anche – almeno si dice – come una religione dei tempi moderni)” . Era l’auspicio  di De Coubertin che attribuiva all’atletismo la capacità di introdurre tre caratteri nuovi e vitali nelle vicende del mondo: democrazia, internazionalità, pacifismo .
Nel Novecento lo sport ha rappresentato da un lato un simbolo dei valori della società industriale, con la messa in scena della logica del progresso attraverso la preparazione razionale di performance sempre più elevate (lo sport agonistico e professionistico), dall’altro un veicolo di educazione del fisico capace di produrre nei cittadini un corpo efficiente, controllato, docile, abile a occupare adeguatamente il proprio ruolo sociale (funzione pedagogica e riproduttiva della forza lavoro), ma anche liberato dalle tensioni che avrebbero potuto avere delle manifestazioni aggressive antisociali (funzione catartica)  .
A partire dagli anni ’50 l’universo sportivo si è aperto progressivamente al mercato e, contemporaneamente, specie negli ultimi decenni, ha visto nascere forme di sportività autogestite, al di fuori di circuiti organizzati (diffondendo così l’idea dello sport per tutti, come esperienza di libertà, di evasione, di coltivazioni di inclinazioni e passioni) e l’idea del culto estetico del corpo, un’attenzione alla sua forma come componente essenziale dello “stare bene con se stessi”.
Il panorama sportivo di oggi è pluralistico e aperto, per cui accanto agli sport competitivi tradizionali si sono affermate pratiche sportive con finalità diverse dall’agonismo : finalità di tipo strumentale (lo sport come strumento per ottenere lo sviluppo di qualità fisiche e caratteriali trasferibili anche nella vita quotidiana), finalità di tipo espressivo (lo sport come un luogo di sperimentazione di sensazioni ed emozioni che allontanano dalla routine della vita quotidiana e danno una gratificazione fisica diretta), finalità di intrattenimento e di spettacolarizzazione (lo sport entra nel mercato del divertimento e del consumo di prodotti e spettacoli).
Trasversalmente a queste finalità, si possono individuare oggi tre tipi di sportivi : lo sportivo “decoubertiniano”, colui che riflette l’etica competitiva vincente dello sport moderno. Rappresenta una minoranza, ma è oggetto dell’attenzione dei media mondiali e viene spesso presentato come modello sociale. Lo sportivo “per stile di vita”, prodotto di una visione di sport per tutti, fonte di benessere fisico. Ha adottato lo sport come stile di vita quotidiano, non prende parte a competizioni e scopre sempre nuove forme di partecipazione all’attività fisica. Il divertimento, la salute e il senso di comunità sono le sue motivazioni principali. Lo sportivo “sociale”, una figura nuova che usa lo sport come mezzo di integrazione e di lavoro nel campo sociale: sostiene progetti sportivi sociali contro ogni discriminazione, in favore della pace, della cooperazione e dello sviluppo, in difesa dell’ecologia.

Fair play e fraternità: sinonimi?

Parlare di fraternità in ambito sportivo evoca immediatamente ed universalmente il richiamo ad un concetto conosciuto e diffuso nel mondo dello sport: il fair play. Non riteniamo che la fraternità rappresenti né l’espressione religiosa (cristiana) di tale concetto, né una forma particolarmente nobile della lealtà sportiva. Per precisare questo concetto e sottolineare le differenze fra fair play e fraternità è utile provare a richiamare i valori universalmente riferiti allo sport.
Ci si può chiedere se il fair play rappresenti in questo senso il valore più alto. Condividiamo il giudizio di quanti , pensano che non lo sia. Dato per scontato che sia invece l’uomo a costituire il valore supremo nello sport, tutti gli altri valori risultano secondari a questo valore principale e servono al suo rafforzamento. Poiché l’uomo – per dirla con Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi – nello sport è un valore non-relativo, al contrario degli altri, il fair play e tutti gli altri valori morali influiscono sul comportamento delle realtà e delle persone legate allo sport. I principi morali non costituiscono quindi i valori più alti, né nel caso della religione (dove lo è Dio), né in quello dello sport (dove lo è l’uomo). Ed è proprio per soddisfare in qualche modo i bisogni biologici e culturali dell’uomo che egli inventò la pratica sportiva.
L’essenza poi dello sport, o meglio l’essenza di una particolare disciplina sportiva, è costituita dalle sue norme e dai suoi regolamenti, il secondo valore di riferimento. Ne definiscono identità, carattere, qualità e principi di rivalità e ne sono la più completa e coerente definizione. I regolamenti hanno prodotto trasformazioni progressive dei passatempi in vere e proprie discipline sportive. Oggi, e sin dalle origini, tuttavia, gli sport moderni risentono di un’ambivalenza di fondo: da un lato infatti costituiscono una delle tante espressioni del processo di civilizzazione della vita sociale, che comporta un crescente autocontrollo; dall’altro lato offrono una valvola di sfogo dell’istintualità e dell’allentamento della tensione, anche se in una forma regolamentata. Si può parlare così dello sport come di un’invenzione tipicamente moderna di “decontrollo controllato” . Oggi il principio decoubertiniano, riguardante i Giochi Olimpici, che afferma che ciò che conta non è vincere, ma partecipare, non è più applicato allo sport orientato al risultato (olimpico, professionistico, spettacolare) che risulta così svincolato da ogni riferimento ai principi del fair play.
Tra i valori di riferimento nello sport, accanto all’uomo ed alle regole sportive, il terzo valore è rappresentato dall’abilità e dall’addestramento appropriati ad una data disciplina, qualità che favoriscono un efficace confronto agonistico. Solo la preparazione per la competizione e l’esercizio della rivalità possono essere influenzati in alto grado dai principi del fair play. L’attività sportiva può essere svolta indipendentemente da essi, semplicemente osservando i paradigmi delle norme e dei regolamenti delle discipline, ma in tal caso abbiamo a che fare soltanto con fatti di carattere pragmatico, riguardanti null’altro che l’efficacia dell’attività. I principi del fair play arricchiscono le regole ed umanizzano le competizioni sportive saturandole di sostanza morale. Essi rappresentano un valore non formale, una convenzione cui si aderisce spontaneamente, basata sull’intuizione del bene; una convenzione posta di là dalle rigide determinanti delle regole delle discipline sportive, ma ad esse immanenti. Ne consegue, come già accennato, che lo sport può divenire, grazie al fair play, un fenomeno morale, molto importante dal punto di vista sociale: un costante collaudo di onestà e bontà efficiente.

La fraternità nello sport come metodo, contenuto e fine

Posto il valore morale insito nel fair-play, viene da chiedersi se invece la fraternità sia, o possa divenire, ed in che modo, una categoria costitutiva, un paradigma dello sport e non solo un atteggiamento etico, una norma morale. Se la fraternità è patrimonio dell’umanità, capace quindi di interpellare e coinvolgere anche uomini senza riferimenti religiosi, perché legame fondamentale universale iscritto nel DNA di ogni uomo, lo sport sembra davvero possedere risorse importanti al fine di  comporre in ordine alla fraternità la convivenza degli uomini. Se libertà e uguaglianza qualificano il rapporto tra gli sportivi – la libertà ispira l’espressione del proprio talento sportivo e l’uguaglianza detta le condizioni per un confronto aperto e costruttivo  -, la fraternità è la meta stessa della relazione sociale tra le persone.
Vogliamo immaginare la fraternità non come qualcosa che si aggiunga alla sport dall’esterno, ma che si innesti direttamente nei suoi metodi, contenuti e fini, e porti conseguenze concrete nella progettazione e nello svolgersi quotidiano dell’attività sportiva. Anzi, possa rivelarsi categoria fondante che regge la dimensione globale che oggi ha lo sport.
Quelli che indichiamo vogliono solo essere delle piste di elaborazione culturale ed esperienziale che immaginano però la fraternità come metodo, contenuto e fine della pratica sportiva.
Ponendo la fraternità come metodo, essa può rappresentare, rispetto ad un fair-play di facciata spesso inefficace, un valore aggiunto capace di aprire orizzonti nuovi alla dimensione agonistica, centrale per la sfida con se stessi e con gli altri, che lo sport propone. La fraternità, vissuta nello sport, è flessibilità che si contrappone alla rigidità, è inclusione e non esclusione, è dialogo e non monologo, è integrazione e non dipendenza. Essa promuove l’impegno e scarta il disimpegno e la passività: è presa di responsabilità ed evita la superficialità. Nel complesso intreccio di interessi che oggi, nello sport a tutti i livelli, si giustappongono e si contaminano a vicenda, la fraternità non è semplice formale rispetto delle regole, ma familiarizzazione con l’altro, è tensione a tenere insieme e valorizzare esigenze che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili.
La fraternità come metodo riguarda primariamente il piano dei rapporti interpersonali, ma possiamo solo immaginare gli effetti che essa potrebbe produrre se applicata anche sul piano dei rapporti fra le diverse organizzazioni sportive, fra queste e le istituzioni internazionali e locali, fra le diverse agenzie educative e quelle sportive, e così via.
Ma la fraternità non tocca solo il piano del metodo: va coniugata anche, ed è essenziale, dentro i contenuti della cultura sportiva. Proviamo a scoprirne alcuni possibili percorsi.
Lo sport è oggi strettamente intrecciato allo sviluppo economico: l’esasperata commercializzazione dello sport rischia di vincolarlo esclusivamente ai suoi interessi. La fraternità è riferimento cardine affinché tale intreccio sia costruttivo e rispettoso dei valori veicolati dallo sport. A partire da una distribuzione equa delle risorse economiche che oggi sono poste a disposizione degli sportivi da sponsor, merchandising e diritti televisivi. Una percentuale significativa di tali risorse andrebbero in questo senso indirizzate obbligatoriamente alla formazione e all’avviamento allo sport delle generazioni più giovani. Così come una parte potrebbe essere destinata a progetti sportivi a valenza sociale, locali o in paesi in via di sviluppo, promuovendo, ad esempio, progetti di adozione a distanza di società sportive nei confronti di altre società sportive con minori risorse. Infine non va dimenticata la necessità di garantire allo sport la sua ineludibile connotazione ludica: promuoverne la dimensione di gratuità significa aiutare l’uomo a liberarsi dalla morsa dell’utilitarismo, dall’attaccamento idolatrico al lavoro, e, oltre tutto, a dispiegare le esigenze dello spirito.
L’attività sportiva olimpica intende proporsi come autorevole risorsa per la costruzione della pace . Lo sport “per la sua universalità si pone sul piano internazionale come mezzo di fraternità e di pace”.  Tuttavia nessuno si illude che lo sport porti la pace di per se stesso: ”La valenza simbolica in favore della pace non nasce da sola nello sport. Esiste il pericolo che lo sport possa portare alla violenza, se si perdono il senso dell’equilibrio e della solidarietà, della cooperazione e della ordinata concorrenza tra gli sportivi stessi. Soltanto quando gli sportivi stessi, durante le competizioni, fanno proprio il tema della pace, potranno essere testimoni, nel corso dell’evento sportivo, di come si può essere costruttori di pace. Solo allora saranno credibili” . Educare allo sport non significa nemmeno, automaticamente, educare ai valori:  “i valori vengono interiorizzati se vissuti”.  Se vissuto però nella fraternità “lo sport può recare un valido e fecondo apporto alla pacifica coesistenza di tutti i popoli, al di là e al di sopra di ogni discriminazione di razza, di lingua e di nazioni.”
La fraternità in atto aiuterà a non considerare gli ambiti dell’attività motoria, le scuole, le società sportive, come semplice somma di tanti individui, come intrecciarsi caotico di percorsi casuali, ma come composizione e ricomposizione di una comunità. La fraternità nello sport favorisce l’implemento di ogni forma di marginalizzazione, modula l’intreccio pacifico tra le diversità, dove il desiderio di ritrovare le proprie radici diventa presupposto per un dialogo vero, unico efficace rimedio ad un razzismo che fatica a spegnersi. Tale coscienza sociale dello sport, per essere credibile e fertile, necessita di testimoni: nello sport lo sono, consapevolmente e non, atleti, formatori, dirigenti e genitori. E se lo sport è praticato, anche nel contesto agonistico, come occasione per esaltare la dignità della persona, esso può divenire un veicolo di fraternità e di amicizia anche per tutti coloro che vi assistono.
Nello sport sconfitta e vittoria sono quotidiani passaggi obbligati. La fraternità in atto può favorire una cultura della sconfitta per una nuova cultura della vittoria, saper perdere per sapere vincere. Di fronte all’imperativo oggi così diffuso del “no –limits”, per il quale l’attività sportiva impone “la sottomissione del corpo al diktat della prestazione, all’imperativo del rendimento e dell’efficacia quantitativamente misurabili” , la fraternità può alimentare una nuova sana cultura del limite e della sconfitta, non intese come “uno stop nella corsa verso il traguardo”  …“Bisogna sforzarsi di trasformarle in un riaccumulo di energie, prima psichiche, nervose, e poi fisiche.”   Più avanti ancora si spinge il pensiero di Chiara Lubich: “Solo dalla donazione, dall’amore nasce la gioia interiore, più limpida, più pura, per chi vince (se ha lottato e vinto per amore) e per chi perde (se ugualmente ha lottato e perso per amore). Allora lo sport diventa autentico e sarà elevato alla sua dignità sociale. Potrà contribuire a ricreare gli uomini in questa civiltà troppo stressante, ad essere un elemento di affinità, di fratellanza e di pace tra popoli e nazioni.”
Con questi presupposti si affrontano, con speranza di vittoria, battaglie importanti come quella contro il doping o ogni altra forma di frode presente nello sport.
L’attività sportiva ha una valenza notoriamente positiva sulla salute. Orientando il mantenimento della salute ai contenuti della fraternità, cioè ad una salute intesa come bene sociale, può crescere l’attenzione verso una salute dinamica, che va al di là della semplice assenza di malattia per proiettare chi la pratica verso una scoperta ed una valorizzazione del corpo, proprio ed altrui, con conseguenze importanti anche sul piano psicologico, spirituale, comunitario. Si apre così la via verso una salute integrata, uno star bene con se stessi, con gli altri, con l’ambiente, in linea, appunto, con una più estesa salute sociale. Se la salute è un bene primario e lo sport è un mezzo per raggiungerla e conservarla, il principio di fraternità invita le istituzioni ad impegnarsi affinché sia favorito universalmente l’accesso allo sport e sia riconosciuto il diritto allo sport per tutti, ad iniziare dal garantire il diritto al gioco a bambini e ragazzi.
Grazie ad uno spirito di fraternità, al pari dell’ambiente naturale, anche ogni spazio o impianto sportivo dovrebbe essere accogliente, armonioso, ispirato a canoni di bellezza universali, capace di favorire a ciascun praticante la migliore conoscenza ed espressione dei propri talenti. L’ambiente migliore risulta comunque quello in cui è vivo un clima di fiducia e di rispetto reciproco. Anche l’uso di strumenti non codificati o strumenti di riporto nella pratica sportiva può integrare maggiormente la pratica dell’attività motoria nell’ambiente naturale. Il gesto sportivo stesso è spesso di bellezza incomparabile: la valorizzazione di esso è fondamentale per rilanciare lo sport non soltanto in termini morali, ma altresì estetici.
Lo sport ha valenza insostituibile nel percorso educativo: la particolarità e la ricchezza di tutte le discipline richiedono che esse vengano conosciute e rese accessibili a tanti, affinché ciascuno possa misurarvi le proprie specifiche qualità ed esprimervi i propri specifici talenti. Se la pedagogia sportiva è illuminata dalla fraternità lo sport può divenire autentica scuola di vita, con progetti sportivi finalizzati ad insegnare valori chiave, ponendo l’obiettivo sullo sviluppo della persona umana e non solo delle specifiche qualità motorie. “Lo sport – illustrava Chiara Lubich nel suo messaggio al congresso di Sportmeet nel 2004 – può rivelare la dimensione essenziale dell’uomo sia come essere finito, di fronte a difficoltà e sconfitte, sia come essere chiamato all’infinito, capace di superare i propri limiti.” .
L’attività fisica è significativa comunicazione non verbale: in essa la personalità dei praticanti si deve poter esprimere nella sua originalità, al di là delle parole. L’intreccio fra sport e comunicazione si è dimostrato reciprocamente costruttivo, ma la fraternità è chiave di volta affinché la spettacolarizzazione esasperata non faccia svanire il valore della pratica sportiva in sé ed affinché sia dato adeguato ed equilibrato spazio alle diverse discipline, superando, ad esempio, la tentazione del monoalimento calcistico. Accanto all’espressione del singolo, manifestazione di distinzione, lo sport è importante veicolo di conoscenza e di confronto: se tale dimensione è orientata alla fraternità lo sport può essere luogo di costruzione di relazioni profonde, fino ad una spirituale unità.
Alla politica, anch’essa ispirata dalla fraternità, andrà il compito di garantire, per i diversi aspetti, che le normative e le risorse economicamente siano orientate nel modo più efficace.
Per quanto riguarda i fini dello sport, la fraternità conferisce ad esso la necessaria umiltà, ponendone il fine come estrinseco a se stesso. Uno sport orientato alla fraternità ha come fine quello di contribuire efficacemente, accanto ad altre realtà, alla crescita integrale ed armoniosa della persona umana, alla realizzazione del disegno sull’umanità, alla costruzione dell’unità della famiglia umana.
Giovanni Paolo II è stato un maestro nel sottolineare con lucidità la centralità della persona: “Lo sport è un’attività che implica ben più del movimento fisico: richiede l’uso dell’intelligenza e la disciplina della volontà. Rivela la meravigliosa struttura della persona umana creata da Dio quale essere spirituale, un’unità di corpo e di spirito. L’attività atletica può essere d’aiuto ad ogni uomo e donna per ricordare quel momento in cui Dio Creatore ha dato origine alla persona umana, il capolavoro della sua opera creativa” .
Le sue parole assumono un tono programmatico e profetico, che bene indicano i fini dello sport alla luce della fraternità: “Lo sport risponda, senza snaturarsi, alle esigenze dei nostri tempi: uno sport che tuteli i deboli e non escluda nessuno, che liberi i giovani dalle insidie dell’apatia e dell’indifferenza, e susciti in loro un sano agonismo; uno sport che sia fattore di emancipazione dei Paesi più poveri ed aiuto a cancellare l’intolleranza e a costruire un mondo più fraterno e solidale; uno sport che contribuisca a far amare la vita, educhi al sacrificio, al rispetto ed alla responsabilità, portando alla piena valorizzazione di ogni persona umana” .
Nei documenti finali dell’Anno Internazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica si sostiene che “il potere dello sport può essere usato come strumento per prevenire i conflitti così come per costruire una pace duratura. L’attività sportiva promuove l’integrazione sociale ed educa alla tolleranza” . Ed ancora che “lo sport è un mezzo che aiuta a formare il carattere e la personalità e prepara i giovani ad affrontare le sfide di un mondo competitivo” .
La fraternità è un disegno globale, che attiene alla convivenza tra i popoli, tra le etnie e le culture della terra, e quindi richiede istituzioni sportive internazionali non solo pienamente democratiche, ma ispirate alla fraternità universale. Altrettanto, a cascata, è necessario avvenga anche nelle articolazioni locali, fino ad invitare personalmente ciascun operatore sportivo a dare il proprio contributo insostituibile come istruttore, dirigente, insegnante, genitore.
Per concludere: promuovere la fraternità nello sport è un progetto che auspica il coinvolgimento delle diverse agenzie culturali dello sport, prima di tutto gli atenei universitari dove questa cultura deve poter crescere. Gli obiettivi sono quelli di poter individuare non solo i più efficaci sinonimi utili per illustrare i molteplici volti della fraternità nel linguaggio proprio di ogni disciplina, ma soprattutto di elaborare sul piano culturale percorsi di fraternità da tradurre in pratica nei diversi ambiti inerenti lo sport.

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