Educarsi ed educare attraverso lo sport

Lo sport come itinerario educativo

L’educazione può definirsi come l’itinerario che il soggetto educando, individuo, gruppo o comunità che sia, compie con l’aiuto dell’educatore o degli educatori, verso un dover essere, un fine che si ritiene valido per l’uomo e per l’umanità. In questa prospettiva vi possono essere percorsi diversi di questo itinerario, capaci accompagnare il singolo o un gruppo per un tratto di esistenza o per l’esistenza intera: l’arte, il lavoro, la ricerca, la natura, la malattia ed il dolore, l’amicizia e gli affetti e così via. Ciascuno di questi o di altri itinerari educa: così lo sport.
E’ proprio ad esso si tende unanimemente a conferire una valenza pedagogica particolare, ritenendolo “componente essenziale della nostra società” , capace di trasmettere “tutte le regole fondamentali della vita sociale”  e portatore di valori educativi fondamentali quali “tolleranza, spirito di squadra, lealtà” .
Forse però ci si dimentica che lo sport non ha affatto accompagnato l’intera storia dell’uomo visto che per secoli non ve ne è traccia: la caduta della civiltà greca, che portava nel suo sangue l’agonismo atletico, accanto al dibattito acceso anche in campo filosofico, unificati dallo sfondo di culto che era alla base di entrambi, coincise “con il declino dello sport quale attività pubblica tenuta in onore”  ed i giochi inventati nel Medioevo furono tutto sommato episodi elitari e forme locali. Solo verso la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo il progresso e la civilizzazione portarono ad una trasformazione antropologica che puntava, idealmente, a far rinascere il modello ellenico. In realtà la spinta più diretta allo sviluppo dello sport moderno è venuta dalla politica e dall’industria, le due espressioni più caratteristiche della modernità, di cui lo sport, come oggi è inteso, è una conseguenza: senza le pressioni del nazionalismo e del tornaconto economico forse lo sport moderno non sarebbe mai sorto. Espressione dunque della modernità esso ne esprime indubbiamente anche la controtendenza  in quanto fa affiorare standard di comportamento primordiali, fisici, palesemente arcaici, sprigionando energie elementari. Quando un secolo fa sono apparsi evidenti i primi dubbi sulla assoluta positività dell’evoluzione della civiltà umana si è verificato un rovesciamento della gerarchia dei valori fissati dalla razionalizzazione con la conseguente ascesa del gioco come forma di compensazione (giocare, perdere tempo, sfuggire alla redditività), come attività de-routinizzante  e come valvola di sfogo dell’innato bisogno di affermarsi.
Eppure anche se lo sport sembra risolvere dei problemi esso stesso non ne è privo, e va coltivando in sé pericolose ed incontenibili tendenze che ne inquinano il valore: la quotidianizzazione, l’eccessiva spettacolarizzazione, la violenza, il doping. Oltre al rischio di soggiacere, se non addirittura di contribuire, alla idolatria ed alla mercificazione del corpo: il giustificato obiettivo del raggiungimento del benessere fisico, meta possibile grazie allo sport, rischia di porre la buona condizione fisica come fine anziché come strumento per una salute più globale della persona intera. La chimera dell’eterna giovinezza riduce la forma fisica a mera condizione per fruire delle offerte della società dei consumi . E’ dunque giustificato considerare lo sport itinerario educativo e, come alcuni affermano, persino itinerario educativo privilegiato?

Lo sport come espressione della corporeità

E’ necessario introdurre una premessa che riguarda il concetto di corporeità. Lo sport valorizza il corpo, un aspetto che non significa necessariamente un suo appiattimento materialistico. Esso richiede tuttavia la sua corretta collocazione e perciò il suo retto “uso” ai fini dell’educazione dell’io personale e del noi comunitario. In passato, soprattutto dai cristiani, venne mossa una critica alla corporeità per far fronte a due tendenze filosofiche del tempo: l’isolamento apollineo dello spirito nei confronti del corpo e quello dionisiaco del corpo nei confronti dello spirito . Il corpo non è un oggetto, bensì un soggetto, una persona. “L’uomo non è un frammento di “corporeità”, abitato per un momento da una scintilla spirituale. Egli è innanzi tutto spirito, persona unica e libera ed è tramite il corpo che il suo spirito si apre ad un cammino nella materia e nella storia. L’anima non viene ad abitare una casa preesistente, essa si “intesse” la sua “corporeità” a partire dalla materia. Così il corpo umano diventa l’esteriorizzazione dell’anima. Una cosa del tutto diversa da un abito che si indossi” .
In questa prospettiva va letta l’emblematica espressione dello sport che è la gestualità. In ogni gesto è la mia relazione col mondo, il mio modo di vederlo, di sentirlo, la mia eredità, la mia educazione, il mio ambiente, la mia costituzione psicologica. Nelle violenza del mio gesto o nella sua delicatezza, nella sua tonalità decisa o incerta c’è tutta la mia biografia, la qualità del mio rapporto col mondo, il mio modo di offrirmi. Attraversando da parte a parte esistenza e carne, la gestualità crea quell’unità che noi chiamiamo “corpo”  che dispone di gesti, ma sono quei gesti che fanno nascere un corpo dalla immobilità della carne.
“La gestualità non è una rappresentazione, ma è la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile con la parola: non a caso i bambini sono educati dai gesti prima che dalle parole, perché queste sono incapaci di dispiegare attorno a sé quel volume, quel ambiente a più dimensioni, quella esperienza produttrice di spazio che riconosciamo in ogni gesto” .
L’educazione del corpo implica favorire che la corporeità sia in grado di mostrare e di accendere lo spirito. Ma quando lo sport è in grado di accendere lo spirito? Quando è capace di conferire a chi lo pratica padronanza di sé, dei suoi atti, meta questa sempre in divenire, e quando è capace di colorare l’azione dell’atleta di tensione morale, ovvero di lealtà, di generosità, di abnegazione, di solidarietà, di coraggio, di disciplina, di senso di responsabilità, di fair-play, di sano orientamento estetico, di apprezzamento della natura, della vita e dei valori spirituali.

La  valenza creativa dello sport

Ci si può chiedere se lo sport educhi automaticamente, se contribuisca sostanzialmente allo sviluppo integrale della persona quali che siano le modalità con cui si pratichi e gli scopi che si intendano perseguire.
“Come altre attività umane lo sport è poliforme ed ambivalente: è liberazione di energie psicofisiche latenti, ma anche asservimento agli idoli del prestigio e del guadagno; è dono di sé, ma anche occasione di egoismo e di sopraffazione; è luogo di incontro, ma anche di scontro” .
La sfida dell’educatore sportivo comincia nel portare a livello di coscienza dei praticanti i valori dello sport, senza occultarne gli aspetti problematici, favorendone l’integrazione nella loro vita. Ciò può avvenire per passaggi successivi. E’ anzitutto necessario e possibile aiutare gli sportivi a partecipare criticamente agli avvenimenti agonistici, renderli capaci di conoscerne i limiti e gli aspetti positivi, allo scopo di passare da uno sport come fatto impulsivo ad uno sport come valore culturale e spirituale. E lo sport diventa fatto culturale quando è capace di rivelare l’uomo a se stesso: la persona dietro al personaggio, il volto sotto la maschera, l’uomo al di là dell’atleta. Questo è possibile tenendo conto che lo sport, anche lo sport, esprime bisogni – amore, libertà, creatività, autonomia, giustizia, felicità e così via – che formano il mistero profondo dell’uomo.
Lo sport è in sostanza ben altro che semplice divertimento o faticoso confronto alla ricerca di una vittoria: è invece un tempo privilegiato di conoscenza di se stessi e degli altri, di convivenza con essi, ed anche di apertura ad una visione integrale dell’uomo. Ma non basta tenerne conto: è necessario portare a livello di coscienza lo spessore umano e spirituale e favorirne la realizzazione.
Lo sport infatti non ha solo capacità rivelatrice. Ha un valenza creativa: rende presenti alla coscienza i valori umani e, in certo modo, li ri-crea, collocandoli nella sfera esistenziale attraverso esperienze che diventano uno snodo su cui passa il messaggio educativo. Confucio spiegava: “Dimmi e lo dimenticherò; mostrami, e potrò ricordarlo; coinvolgimi e capirò” Qualsiasi messaggio, per diventare comprensibile, necessita di espressioni culturali, di linguaggi, di rappresentazioni simboliche, di esperienze soprattutto. E “poche altre attività umane possono vantare una ricchezza di contenuti come quella sportiva: creatività, coraggio, solidarietà, entusiasmo, forza, rispetto delle regole e degli altri, attività sociale, lavoro di gruppo, ricerca di qualità, festa, amicizia, gioia di vivere e così via.”

Tra gioco ed agonismo

Chi pratica lo sport non sempre si cura di percepire a pieno i valori ed i significati del fatto sportivo: si gioca perché piace o conviene giocare, perché si sente l’esigenza di competere, senza porsi tante domande. Ma chi opera con intenzionalità educativa nel mondo sportivo, specie giovanile, sa che i due elementi essenziali dello sport – il gioco e l’agonismo – possono diventare tappe di partenza nello sviluppo integrale della persona.
Il gioco è rivincita dell’homo ludens sull’homo faber: restituire allo sport la sua ineludibile connotazione ludica e promuoverne la gratuità significa aiutare l’uomo a liberarsi dalla morsa dell’utilitarismo, dall’attaccamento idolatrico al lavoro, e, oltre tutto, a dispiegare le esigenze dello spirito. Favorire l’ingresso del gioco nelle pieghe dell’esistenza appare un aspetto non marginale per la realtà del mondo attuale.
E’ la dimensione agonistica del gioco e dello sport che spinge ad andare oltre i limiti delle prestazioni precedenti ed a superare gli avversari. Ma solo una parte dell’agonismo si risolve nel lottare contro gli altri: l’altra, quella maggiore, consiste nel lottare contro i mille volti del negativo annidato nel cuore, come i raggiri per eludere le regole, i facili vittimismi, le aggressioni verbali verso gli antagonisti, le ribellioni alle decisioni arbitrali non condivise, il ricorso al doping eccetera.
Lo slancio agonistico non educato porta alla ricerca del risultato ad ogni costo, a cercare la vittoria come valore assoluto, a giocare “contro” anziché “con” gli avversari e persino a farli apparire come nemici. E’ estremamente provocatorio il fatto che il pensiero cristiano, a volte a torto interpretato come pensiero debole ed accondiscendente, inviti a mete impegnative ed elevate . Eppure proprio questa indicazione può dare alla spinta agonistica il giusto orientamento: trasformarla da semplice ricerca di risultati tecnici, che pure bisogna tenacemente perseguire, a nostalgia di traguardi più lontani, sconosciuti a giudici di gara o tifosi. Gli orizzonti più ampi dello sviluppo integrale della propria persona, fino a arrivare a scoprire il progetto di Dio nelle sfumature delle proprie esperienze ludiche, sportive ed agonistiche, si possono dischiudere anche grazie alla attività fisica e sportiva.
Ecco perché dovrebbe scomparire una visione dello sport, specie in passato presente anche fra i cristiani, come semplice passatempo, come semplice mezzo per togliere  ragazzi dalla strada o come occasione fra le tante per dire loro una buona parola. Se lo sport “è un valore dell’uomo, un luogo di umanità e di civiltà”  non vogliamo cedere alla tentazione di pensare che solo un certo tipo di sport educhi: quello non agonistico, quello nella natura, quello senza classifiche, quello senza vincitori né vinti. E’ una tentazione sottile, comprensibile, ma smentita dal pensiero che “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei cristiani ”.

Superare il fair-play

Le espressioni di crisi dello sport di oggi evidenziano che l’azione educativa non possa limitarsi a richiamare alla coscienza dei praticanti astratti valori e principi etici: evidentemente né una generica ideologia pansportiva, né un sempre più disatteso fair play di facciata, possono rivelare all’uomo, attraverso lo sport, il significato ed il fine ultimo della propria esistenza.
Con l’attenzione ai valori più alti dell’esistenza umana, lo sport rivela la dimensione essenziale dell’uomo sia come essere “finito” (sconfitta, infortuni, incapacità di altruismo o ad accettare un verdetto negativo) sia come essere “in-finito”, capace di risorgere in ogni tentativo di superare i propri limiti. Non si tratta in sostanza di aggiungere nuovi contenuti allo sport, ma di evidenziarli e collocarli nella giusta direzione.
Non si tratta tanto di condannare o di sfuggire dallo sport di oggi, dalle sue contraddizioni, dalle sue disperate corse verso l’onnipotenza o l’immortalità, dalla sua schiavitù al denaro. L’uomo è competizione, è vittoria e sconfitta, è tensione alla perfezione e abisso di incertezze e come tale vuole essere accettato, capito, amato. E’ una sfida ambiziosa quella di farsi uno, accettando senza riserve, non tanto con lo sport di oggi, quanto piuttosto con chi lo pratica, contribuendo ad instillare silenziosamente e con pazienza germi di positivo.

L’amore educa

Ma chi sa educare in questo modo? Educare deriva da educere, tirare fuori, una prospettiva che invita più a cavare dall’allievo le verità che ad instillarvele dall’esterno. Si impone la necessità che il maestro sappia trarre da se stesso e dagli altri le verità onde averne un raffronto. Ma chi è in grado di far germogliare le verità che vivono in lui e negli altri?
Come occorre la primavera perché un giardino fiorisca, allo stesso modo si rende necessario un calore, quello, pensiamo, che nasce dall’amore per far germogliare le verità. Le teorie pedagogiche , comprese quelle sportive, hanno sentito nel tempo l’esigenza di tener conto che esiste una dimensione fondamentale dell’uomo che porta conseguenze decisive per l’educazione e l’apprendimento: la sua naturale socialità. Questo lascia intuire che anche l’educazione vada costruita e raggiunta a corpo, in quel atteggiamento che ci fa aperti a lasciarci completare dalla conoscenza altrui, tanto più che oggi nessuno può arrivare ad avere una conoscenza che comprenda tutta la realtà. Probabilmente “non basta un qualunque lavoro in équipe, un mettere assieme tante idee, tante conoscenze, per trovare una sintesi.”  Realizzando in una autentica comunione di vita il processo educativo, la formazione potrà risultare piena, totale, capace di impegnare tutto il nostro essere e determinare la nostra vita.
Ci affascina la sfida di conoscere quale progettualità educativa possa venire da persone “che siano loro stesse fuse in unità”  in una atmosfera di calore reciproco, una unità che per il credente arriva fino a poter sperimentare quanto possano essere vere le parole di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” . E per questo: “E non fatevi chiamare maestri, perché uno solo è il vostro maestro” . E’ un’indicazione misteriosa, ma affascinante: chi ha sperimentato l’amore reciproco sa che questo porta la presenza del Maestro, quello con la emme maiuscola, in mezzo alle persone.
Chi crede nei valori dell’uomo, anche senza legarsi a riferimenti religiosi, può condividere e sperimentare quanto un sincero e profondo atteggiamento di fiducia reciproca fra chi educa e chi è educato attraverso lo sport, sia pre-condizione ad un apprendimento efficace. Quanto è importante, ad esempio, saper perdere tempo per ascoltare le confidenze di un ragazzo che si forma in una disciplina; o dialogare con genitori carichi di aspettative a volte ingiustificate;  o far comprendere ad un atleta la stima che si nutre per il suo duro lavoro, indipendentemente da risultati sportivi; o viceversa quanto sia rilevante lasciare con fiducia al tecnico il tempo necessario per coltivare talenti ed ottenere risultati; o non coltivare pregiudizi nei confronti del giudice di gara, concedendogli di svolgere senza condizionamenti un ruolo importante di servizio allo sport: o ancora sperimentare quanto divenga concreta la fiducia reciproca nell’arrampicare in cordata legati l’un l’altro.
L’amore è per sua natura esperienza concreta e lo sport offre questa opportunità educativa straordinaria: quella di  poter verificare, giorno dopo giorno, l’unità esistenziale fra teoria e prassi, fra aspirazioni ed imprese, fra obiettivi e risultati reali, fra convinzioni più o meno fondate ed imparzialità del cronometro. La messa in pratica, nel processo educativo e sul campo, non solo è mezzo per conoscere la realtà, ma strumento di formazione umana reale ed effettiva. Il lavoro ci dà il senso del reale: ci aiuta ad uscire dai libri e trovare un pensare che sia vita, essere, umanità.

Il ruolo educativo di un padre

Chi ha, per così dire, scoperto in Dio un Padre, ed un Padre che lo ama, sa di poter essere nel proprio viaggio alla sequela di un originale educatore, che prende l’iniziativa nei suoi confronti, che lo accompagna, lo rinnova, lo rigenera, lungo un ricchissimo itinerario di formazione personale e comunitaria, con quella intenzionalità che guida il vero educatore. E’ stato proprio sulla constatazione che siamo figli dello stesso Padre che si è fondata l’idea forte di Comenius, primo grande teorizzatore della pedagogia moderna, che diceva: bisogna “insegnare tutto a tutti”.
Questa riscoperta della più grande paternità è una risorsa importante rispetto ad una certa cultura che tenta di affermare, sul piano teorico e su quello pratico, che Dio è morto. Si tratta di “un’eclissi del Padre che ha favorito anche un’eclissi di padre, una perdita di autorevolezza sul piano dei rapporti umani ed educativi, un relativismo morale, un’assenza di regole nella vita individuale, nelle relazioni interpersonali e sociali” , spesso con conseguenze gravi come forme di violenza, anche nello sport. Dostojevskij affermava: “Se Dio non c’è, allora tutto è permesso”. Il vero educatore, compreso quello sportivo, che riconosce l’uomo nella sua unità irripetibile, che esalta l’uomo, è per questo anche esigente: chiede ed educa alla responsabilità, all’impegno. Sapendo che l’educatore più grande dell’uomo è quel Dio Amore che lo ha amato fino a dare la vita per lui .
E’ nel dare la vita che si rivela l’identità di un padre: quante volte però abbiamo potuto sperimentare che persone semplici, come lo sono i bambini o i ragazzi, con cui spesso ci troviamo ad operare, costituiscono la miglior cassa di risonanza. Da loro, spesso, l’educatore viene educato e scopre con stupore di essere divenuto loro figlio.

La gradualità e la pienezza

A questo primo cardine pedagogico se ne può legare un altro, sottolineato ancora dallo stesso Comenius: la regola pedagogica della gradualità. Sappiamo quanto essa sia fondamentale nell’allenamento fisico e sportivo, quanto sia fondamentale vivere il presente momento per momento, ma con consapevole pienezza, comprendere il significato della tappa educativa del giorno, ma con l’orizzonte all’infinito, stazionare nel particolare, mirando al tutto senza angoscia. Dall’originale impegno a vivere il momento presente, una alla volta, in forma di Parola da tradurre in parole, di esistenza da coniugare in attimi di vita, scoprendo che in ciascun attimo vi è tutta la vita, viene l’indicazione a valorizzare quanto stiamo vivendo senza curarci di un passato che non è più, né di un futuro che non dipende solo da noi. Sappiamo come camminando verso la cima di una montagna non si guardi continuamente ad essa, lontana e faticosa da raggiungere, ma ci si muova passo dopo passo.
Sappiamo con quanta pazienza sia da coltivare il talento sportivo nelle persone più giovani, quanto occorra avere prudenza nella specializzazione precoce, non solo per non bruciare doti specifiche, ma per far maturare la persona prima ancora che il talento atletico.
Sappiamo quanta sia impegnativo far comprendere il legame fra la ripetizione all’infinito di un singolo gesto e l’armonia di un insieme di movimenti: in questo gioco di già e non ancora vive il mistero ed il fascino dell’espressione corporea.

Verso una eticità autonoma

Di norma nell’educazione della persona, dalla necessaria fase iniziale di dipendenza si passa gradualmente alla moralità autonoma. Anche nello sport l’adesione ad una volontà altra (sia essa espressa dall’educatore o dalle circostanze) porta ad una percezione di libertà per l’avvenuta interiorizzazione della legge stessa. Chi ha fatto l’esperienza diretta che esiste una Parola di Dio che parla alla nostra vita ha iniziato a scoprire la trama di una volontà precisa e non indefinita sulla nostra esistenza: ovvero che l’educatore ha un progetto.
Il viaggio alla scoperta che esiste una volontà di Dio su di noi, una volontà d’amore, ci può aiutare a perdere ed a far perdere a coloro che educhiamo, quella negativa volontà personale che così facilmente ci lega alle anguste modalità esistenziali dell’io autocentrato. Potremmo così avviarci ad un autotrascendimento, ad un oltrepassamento verso il Tu che ci arricchisce e ci libera. La scoperta dell’altro, anche nello sport, aiuta a considerarlo avversario ma non nemico, a riconoscerne i meriti, a complimentarsi con lui, persino a gioire delle sue vittorie, a rendersi conto quanto senza il confronto con lui i miei talenti possano risultare sterili ed inespressi, fino a ricevere da lui il dono di scoprire, nel confronto, di possedere qualità sconosciute.
Così le sfide etiche dello sport di oggi, il doping prima di altre, devono essere certamente affrontate sul piano della repressione, ma la via dell’educazione ad una cultura della sconfitta, ad un saper perdere per saper vincere, può dare successo alla prevenzione oggi così tanto evocata.

Le difficoltà come pedane di lancio

I limiti, gli ostacoli, i fallimenti, gli infortuni, le delusioni, le sconfitte sono materia prima dello sport: dall’atteggiamento verso di essi dipende il nostro crescere attraverso di esso. Fuggire, rifiutarli, negarli o affrontarli, superarli, amarli? L’idea chiave di una educazione capace di portare davvero un aiuto, qualcosa di nuovo e di utile per affrontare la crisi dello sport spettacolo, business, che ammette solo vittorie, viene dalla comprensione del  mistero del limite.
Cosa può venire da un Gesù che grida l’abbandono?  Ci indica il limite senza limiti della nostra azione pedagogica, fino a quale punto e con quale intensità essa debba muoversi. Gesù abbandonato è figura dell’ignorante: chiede “perché?” La sua è l’ignoranza più tragica, la sua domanda la più drammatica. E’ l’emblema di ogni figura che ha bisogno di educazione: il disadattato, il trascurato, il non amato, lo sconfitto. E’ paradigma di chi, carente di tutto, ha bisogno di tutto: è “l’idea limite, il parametro dell’educando, che postula tutta la responsabilità dell’educatore.”  Gesù però ha superato il suo infinito dolore  insegnandoci a vedere difficoltà, ostacoli, prove, errori, sconfitte come realtà da affrontare, superare, amare.
Di fatto tentiamo con ogni mezzo di evitare tali esperienze. “Anche in campo educativo – in tanti modi – viene spontaneo tendere a forme di iperprotettività, a preservare specie i più piccoli da qualsiasi difficoltà, abituandoli a vedere la vita come una strada in discesa, facile e comoda.”  In realtà, in questo modo, li si lascia in forte disagio di fronte alle inevitabili prove della vita, comprese le sconfitte sportive, rendendoli passivi o renitenti di fronte a se stessi, al prossimo, alla società. Convinti che ogni difficoltà vada affrontata e persino amata possiamo tentare di fare della difficoltà una pedana di lancio. “L’educazione al difficile, come impegno che coinvolge sia l’educando che l’educatore”  è un altro punto cardine di una nuova pedagogia, anche nello sport.

Una pedagogia sportiva di comunità

De Coubertin, padre delle moderne olimpiadi, attribuiva all’atletismo la capacità di introdurre tre caratteri nuovi e vitali nelle vicende del mondo: democrazia, internazionalità, pacifismo .
Mentre la storia sportiva moderna cerca con difficoltà di aprire gli orizzonti all’incontro fra i popoli ed alla pace, viene da chiedersi se l’unità della famiglia umana sia un’utopia lontana. Uno sguardo attento scorge che il nostro pianeta, pur fra mille contraddizioni, tende all’unità, segno e bisogno dei tempi. Sembra un progetto utopico, ma l’educazione, in tale prospettiva, è mezzo primario. Quando crediamo alla dimensione relazione dell’uomo ed investiamo con larghezza sulle ricchezze dell’altro, la meta pare più accessibile: per l’amore scambievole sperimentiamo una socialità più autentica, una dinamica di relazione in cui sembra attuarsi una sintesi meravigliosa tra l’istanza pedagogica dell’educazione dell’individuo e l’istanza pedagogica della costruzione della comunità. Una prospettiva di questo tipo trova diverse consonanze con le forme di pedagogia di comunità di recente sviluppo, in cui viene proclamata la necessità di coniugare la promozione dell’individuo con la promozione della comunità. Ma non è solo questo. “La finalità da sempre assegnata all’educazione (formare l’uomo, la sua autonomia) si esplica, quasi paradossalmente, nel formare l’uomo – relazione” : la prassi spirituale ed educativa dell’amore reciproco è la via maestra alla costruzione dell’utopia – realtà dell’unità.
E lo sport è affidabile ed esigente campo di sperimentazione della nostra reale capacità e volontà di relazione. “La prima caratteristica dello spirito olimpionico antico come di quello moderno è quella di essere una religione”  affermava De Coubertin. Lo sport non può divenire la nuova religione planetaria che unirà il mondo, ma esso può rivelare e ricreare risorse forse insostituibili per la costruzione di un mondo unito.

Paolo Crepaz

Medico e giornalista sportivo, coordinatore di Sportmeet

Lascia un Commento