Il principio di fraternità

Vera Araújo

sociologa brasiliana

In questi ultimi anni ho avuto la possibilità e l’opportunità di parlare della fraternità in vari luoghi e sedi, in vari ambiti della cultura: da quello sociologico a quello della politica, da quello economico a quello della comunicazione.
Vi assicuro che sono particolarmente contenta di questo invito fattomi dagli amici di Sportmeet, di farlo nell’ambito della realtà e della cultura sportiva, per motivi che saranno più evidenti nel corso di questo Convegno.
Proporre la fraternità universale come categoria di pensiero e di azione nelle relazioni interpersonali e internazionali, come principio di orientamento per il superamento delle forti contraddizioni che segnano la nostra epoca, è anzitutto un invito ad una riflessione seria sul principio di fraternità.

Il principio di fraternità ha una valenza religioso-morale e una laico-naturale.
In tutte le grandi religioni – con accenti diversi e nei contesti più vari – la fraternità è presente come obbiettivo di rapporti fra essere umani, come elemento edificante una convivenza sana e pacifica.
Ma è con il cristianesimo che la fraternità assume una valenza universale. Va al di là dei legami di sangue e amicali per raggiungere ed abbracciare ogni essere umano, uomo o donna, cittadino o straniero, della mia o della altrui razza, patria, etnia, religione, considerato e accolto come un fratello, una sorella. Non si tratta solo di una virtù, dunque legata ad un comportamento, ma di un concetto che richiede una fondazione ontologica, propria dell’essere. Essa viene indicata da Gesù nella universale paternità di Dio verso tutti gli uomini. Perché tutti, senza distinzione, sono figli dello stesso Padre; tutti senza distinzione, sono fratelli fra loro. Questa affermazione dell’uomo di Nazareth inserisce nella storia un principio innovativo e rivoluzionario: abbatte le mura che separano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici, i compatrioti dagli stranieri, gli uomini dalle donne e, così facendo, scioglie ciascun uomo da ogni rapporto ingiusto o semplicemente indifferente e invita tutti a comporre una nuova convivenza esistenziale, sociale, culturale, politica.
Da allora i germi del principio di fraternità iniziano a fiorire e ad innervare la storia.
Quella della fraternità è una storia affascinante che conosce nel suo cammino momenti di successi ma anche fallimenti e tradimenti cocenti.

Fra i momenti luminosi come non pensare alla fraternità monastica che nell’Europa del V e VI secolo con Benedetto da Norcia crea una rete di centri spirituali, economici e culturali attorno ai quali rinasce l’Europa? Ora et labora è il motto benedettino che compone la fraternità dei contemplativi con i lavoratori della terra.
Più tardi, nel Medio Evo, fiorisce la fraternità mendicante. La vita consacrata lascia i monasteri per scendere nei borghi e nelle città medievali. Fratelli tra fratelli è il loro ideale evangelico, di cui Francesco di Assisi è tipo, icona e modello insuperabile.
E come non pensare nel nuovo mondo che si affaccia alla conoscenza dei popoli, alle Reduciones dei Gesuiti nel cono sud dell’America Latina, vero esempio di fraternità con gli Indios, base per l’incontro culturale nell’opera di evangelizzazione, di riscatto e di crescita economica?
Fra i fallimenti e i tradimenti non c’è che l’imbarazzo della scelta: basti ricordare le guerre di religione in Europa con il loro seguito di sofferenza e di morte, le crociate in Medio Oriente, il saccheggio dell’Africa nell’era coloniale.
La fraternità emerge nella modernità nella sua valenza laica come categoria sociale e politica nel trittico della rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité. Sarebbe molto interessante percorrere i travagli e gli eventi che hanno portato all’enunciazione del trittico.
La rivoluzione del 1789 faticosamente mise a fuoco anzitutto la libertà ma neppure essa è stata subito un punto di riferimento per tutti quelli che volevano un mutamento della situazione. L’uguaglianza dovette attendere i necessari cambiamenti giuridici al fine di creare una situazione nuova dove i privilegi venissero aboliti.
Per trovare espressa la fraternità bisogna aspettare il 29 maggio 1791 quando in un discorso pronunciato in occasione della costituzione delle forze armate francesi, il marchese di Girardin disse: «Il popolo francese, che vuole per base della sua Costituzione l’Uguaglianza, la Giustizia e l’universale Fraternità ha dichiarato che mai attaccherà nessun popolo».
Lo spirito borghese della nascente modernità lesse la libertà prevalentemente come allargamento del potere economico e delle libertà individuali, favorendo di fatto i detentori del capitale e dei mezzi di produzione a scapito del proletariato. L’uguaglianza trovò posto come affermazione solenne nei codici giuridici divenendo, poco a poco, più formale che reale. La fraternità si risolse in ristretti accordi di interesse e in realtà rimase disattesa, distante da ogni riflessione e prassi sociale e politica.
La reazione fu il socialismo scientifico con una sua particolare lettura: la libertà fu intesa quasi esclusivamente sul piano economico a detrimento della libertà più interiore e profonda; la uguaglianza divenne egualitarismo e la fraternità si chiuse negli angusti spazi della classe.
Povero destino quello della fraternità per lunghi secoli, se la storia stessa non si fosse poi incaricata di darle ragione. La modernità dopo i suoi trionfi strepitosi conosce una crisi profonda di valori, che richiede ed obbliga ad una rilettura di quei principi che  ne sono stati il suo fondamento. L’insegnamento della storia sembra indichi nella fraternità il fondamento dell’intero edificio, l’amalgama che lega gli altri due dando loro senso e significato.

Sul versante religioso, il Concilio Vaticano II essenzialmente riafferma che la fraternità è nel DNA di tutti gli esseri umani.  Paolo VI nella sua nota enciclica Populorum progressio (1967) indica la fraternità come concreta soluzione delle sfide e delle disuguaglianze tra i popoli: «L’uomo deve incontrare l’uomo, le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come i figli di Dio (PP n. 43). Questa fraternità non è un semplice sentimento ma ingloba tre aspetti: dovere di solidarietà fattiva, dovere di giustizia sociale con leggi giuste, dovere di carità universale per la promozione di un mondo più umano per tutti (cf  PP n. 44).
Anticipando questi eventi, durante la seconda guerra mondiale Chiara Lubich con un gruppo di compagne iniziava un’avventura spirituale – da cui sarebbe scaturito il Movimento dei focolari – che in 60 anni ha invaso il mondo e lo ha penetrato nei suoi diversi ambiti. La scoperta di Dio come amore le ha fatto riscoprire l’amore fraterno, l’amore scambievole, come la perla del Vangelo, da vivere e far vivere fra loro e con tutti. Tra i primi, i poveri e le vittime della guerra, accolte nel loro semplice appartamento, appunto come fratelli e sorelle, alla tavola comune. E poi, fra tutti, nella comunità che cresceva e che in 60 anni ha invaso il mondo. Sin d’allora Chiara insegnava a tutti: «Gesù modello nostro, ci insegnò due sole cose che sono una: ad essere figli di un solo Padre e ad essere fratelli gli uni gli altri» (La dottrina spirituale p. 54).
E nello spirito della fraternità i membri del Movimento hanno aiutato migliaia di persone, con più di mille opere sociali piccole o grandi, in ogni dove: da una casa dove abitare a costruire insieme ad un intero popolo – i Bangwa in Cameroun – una città.
E poi la fraternità per innervare la società in politica, in economia, nei media, nei vari campi del sapere, nelle istituzioni.
Dialogando con il prof. Benjamin Barber degli USA, promotore delle giornate dell’interdipendenza, Chiara così gli scrive: «E’ la fraternità che fa uscire dall’isolamento e apre la porta dello sviluppo ai popoli che ne sono ancora esclusi. E’ la fraternità che indica come risolvere pacificamente i dissidi e che relega la guerra ai libri di storia. E’ per la fraternità vissuta che si può sognare e persino sperare in una qualche comunione dei beni fra paesi ricchi e poveri. Il profondo bisogno di pace che l’umanità oggi esprime, dice che la fraternità non è solo un valore, non è solo un metodo, ma un paradigma globale di sviluppo politico. Ecco perché un mondo sempre più interdipendente ha bisogno di politici, di imprenditori, di intellettuali e di artisti che pongano la fraternità – strumento di unità – al centro del loro agire e pensare» (Messaggio per la Giornata dell’Interdipendenza, Filadelfia, 2003).

Sul versante laico la fraternità è stata accolta nel massimo documento politico dell’epoca moderna: la “Dichiarazione dei Diritti dell’uomo” delle Nazioni Unite. Lì leggiamo: «Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza» (art.1).
La svolta epocale che i tempi richiedono – è mia convinzione – deve partire da una nuova cultura, da uno sguardo nuovo sulla realtà, da una riflessione che abbia il coraggio di incorporare nel quadro concettuale, idee e categorie nuove, o meglio rinnovate dalle nostre esperienze e dalla nostra creatività.
Una di queste idee è certamente la fraternità intesa non solo come comportamento virtuoso, etico, ma – come diceva Chiara -  come categoria concettuale, come paradigma scientifico che possa innervare il discorso culturale offrendo nuove possibilità di comprensione della vita sociale e di orientamento al cambiamento dell’ordine sociale-economico-politico. Occorre scavare a fondo per vedere cosa la fraternità ci offre come categoria politica, sociologica, giuridica, economica, mediale e anche dello sport che vedo e sento come un ambito privilegiato per la fraternità: per la sua universalità, per la sua capacità de creare legami, per la possibilità che offre di creare identità sempre in un contesto relazionale indiviso.

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