La competizione e l’aggressività nella società contemporanea

Il compito del sociologo è quello di vedere, cogliere, analizzare, spiegare e, se possibile, indicare delle vie per modificare in meglio la realtà sociale. Un compito certamente affascinante ma per nulla facile soprattutto nella società contemporanea per la complessità crescente che la caratterizza.

Io dovrei in questi pochi minuti cercare di mettere in evidenza la realtà della “competizione” e della ”aggressività”  ed il significato che esse rivestono nelle relazioni sociali e, dunque, sul tessuto sociale della nostra convivenza, nei più svariati ambiti e livelli. Comincerei  col dire che la competizione e l’aggressività sono state sempre presenti nella vita sociale. E’ un dato di fatto. Però nelle società antiche o arcaiche il quadro sociale si presenta più coeso e armonioso. Perché?  Perché queste società avevano una concezione, una visione e una prassi della vita sociale incentrate sull’elemento clan, tribù, comunità. L’individuo, il singolo veniva, diciamo, “incorporato”, situato, e quasi assorbito in un organismo, in una società che viveva secondo regole e norme di convivenza ben precise, espresse e manifestate in forma di costumi, tabù, riti, consuetudini, difficilmente violabili. Questa situazione è rimasta pressoché invariabile sino all’avvento della modernità, anche se si possono individuare qua e là processi di evoluzione.
Ma è solo con l’avvento della società moderna – per comodità storica mettiamo come sua data di nascita la rivoluzione francese del 1789 – che si innesca il processo di liberazione e di autonomia dell’individuo che sfocia nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Da allora l’individuo conquista sempre maggiori spazi di libertà nei confronti della società. Questa operazione veramente rivoluzionaria, epocale, presenta aspetti sia positivi che negativi. L’individuo, o meglio – per tutta la corrente culturale di indirizzo personalista e cristiano – la persona, diventa soggetto, attore delle proprie scelte, portatore di diritti e di doveri, costruttore della storia. Egli assume la responsabilità della propria libertà e dell’obbedienza alla propria coscienza come norma ultima del proprio operare. Tutto ciò significa crescita, maturazione, emancipazione, autonomia, creatività.  Ma, e il ma qui è molto marcato, l’autonomia dell’individuo può diventare una devianza, uno snaturamento della persona quando si trasforma in individualismo egocentrico, o peggio, egoista e chiuso. In questo caso ciò che viene negato, o offuscato e annullato è un’altra dimensione essenziale della persona. L’uomo non è solo un essere individuale, dotato di razionalità e, dunque, consapevole di sé; egli è anche, e allo stesso tempo (= contemporaneamente), un essere sociale, un essere in relazione, posto nella comunità, nella società. Questa relazionalità, questa capacità di relazionarsi con i suoi simili non gli viene dal di fuori o dai suoi bisogni sociali, ma è iscritta nella sua stessa natura. Egli porta nel profondo del proprio Io una spinta irrefrenabile verso l’ALTRO. Ed è in questa relazione inalienabile con l’altro che ognuno costruisce e sviluppa la propria identità, la propria storia e la propria felicità. I cristiani pongono a fondamento di questa concezione dell’uomo, la rivelazione delle Sacre Scritture che affermano che l’uomo è stato creato da Dio a Sua immagine e somiglianza. E siccome Dio si rivela come Amore e come Trinità, Uno e Trino, ecco allora che l’essere più profondo della creatura umana rispecchia l’essere più profondo di Dio.

Le indagini e gli studi compiuti dalla scienza sociologica mettono in luce che nella società contemporanea si è molto alzato il livello della competizione e dell’aggressività, nonostante l’immensa mole di leggi e norme che regolano la convivenza sociale. Mi pare dunque che valga la pena di spendere un po’ del nostro tempo per capire questo fenomeno sociale.

La prima domanda che ci poniamo è questa: la competizione, la concorrenza, l’emulazione è una componente naturale dell’essere umano, o un dato acquisito? E’ un elemento o una caratteristica essenziale dell’uomo o è una manifestazione di devianza e anormalità?  Rispondere a questo quesito richiederebbe quasi un trattato, richiede del tempo che qui non ci è concesso. L’indagine sarebbe sicuramente interessante, ma in un certo senso possiamo farne a meno al fine del nostro discorso. Il dato di fatto a nostra portata è questo: l’uomo è un essere competitivo e anche aggressivo. Ma c’è un secondo dato di fatto: la competizione e l’aggressività non sono impulsi incontrollabili, sono comportamenti umani, vale a dire, che possono e debbono essere gestiti, governati, controllati dalla ragione e indirizzati ad un obbiettivo, ad un fine. Questo è il nocciolo della questione. Quando la competizione viene vissuta non a livello animale ma come atto umano, allora può svolgere, e di fatto svolge, un ruolo di emulazione, di superamento di limiti (come è il caso dello sport), di sana concorrenza al fine di ottenere un risultato migliore. In questo caso l’atteggiamento competitivo concorre alla crescita, al progresso, allo sviluppo, al rinnovamento, addirittura al miglioramento, della società. Questo succede perché la competizione per mantenersi positiva sottostà a dei principi e a delle regole di comportamento che i sociologi hanno individuato nel contratto, nel negoziato, nel compromesso. Solo così  vengono osservate le regole del gioco e la competizione può svolgersi. E se le regole del gioco vengono violate? Allora è previsto l’arbitraggio per riportare i contendenti a rispettare le regole. L’altra possibilità è che la competizione possa degenerare e diventare aggressività.

Nelle scienze sociali, oggi, si sostiene sempre più raramente che l’aggressività abbia un valore positivo. Anzi, si tende proprio ad escludere questa possibilità. L’aggressività viene definita spesso come un comportamento disadattato, ossia asociale, oppure come una risposta infelice, inadatta davanti a condizioni o situazioni sociali difficili o addirittura patologiche. Solo alcune correnti di pensiero di orientamento marxista arrivano ad affermare l’idea che l’aggressività possa essere una forma di condotta non solo razionale ma anche giustificata.

Forse può essere utile anche definire l’aggressività.  Secondo la psicologia l’aggressività “è un comportamento intenzionale inteso a ferire un’altra persona che è motivata ad evitarlo”. Elementi da sottolineare sono l’intenzionalità dell’azione aggressiva ed il fine che si vuol raggiungere. Nella vita quotidiana il concetto di aggressività è molto più complesso e spesso si colora di aspetti positivi e/o negativi. E anche questo è indicativo di un certo humus culturale, di una certa mentalità corrente. Prendiamo solo a mo’ di esempio il mondo dello sport. Quante volte si sente dire, lodando un calciatore: “è un duro, è aggressivo, ha grinta”. E spesso il fair-play, la correttezza vengono visti come atteggiamenti di carenza e non di valore. Ho sentito una volta, in televisione, un noto imprenditore italiano che veniva intervistato a causa della crescita e dell’allargamento della sua azienda. Alla domanda su quale atteggiamento ritenesse essenziale per garantirvi il successo, ha risposto: “sarò aggressivo”. Ed era ovvia la dimensione valoriale positiva che egli dava a tale atteggiamento. L’aggressività come atteggiamento del singolo e dei gruppi non è mai solo un’ azione che nasce dal soggetto e che si indirizza ad altri soggetti, ma viene “sostenuta” e “sorretta” da cause e fattori di ordine sociale e culturale. Infatti la sociologia cerca di individuare questi fattori, per cercare di modificare il comportamento aggressivo.
Ciò è certamente possibile là dove si riesce a valorizzare comportamenti più positivi, più cordiali, ma soprattutto quando si riesce a veicolare una visione dell’uomo e della società che mettono in luce che la vera realizzazione della persona, che la vera crescita della società si ottengono tracciando nuovi sentieri e percorrendo nuove vie. Abbiamo bisogno di un cambiamento culturale che dia ragione di certe attitudini e dimostri che esse sono efficienti, giuste e portano alla felicità. L’emulazione e la competizione possono e devono convivere con la concordia e anche con il confronto e addirittura con la sfida. Ma per arrivare a tanto è necessario scavare più a fondo e comprendere il significato ultimo della vita, anche nel momento della gara e dell’agonismo.

Nella vita come nello sport si vince e si perde. Sempre. E’ solo il successo ad aver valore di crescita e di maturazione, di guadagno? E la sconfitta? E’ solo un momento di passaggio inevitabile sì, ma che deve essere subito dimenticata, o meglio, servire da pedana di lancio per nuovi successi e nuove vittorie? O la sconfitta ha un valore in sé? Scavando si potrebbe trovare addirittura una cultura della sconfitta? Domande e interrogativi affascinanti, ma cui non tocca a me dare delle risposte. Volevo solo raccogliere i mattoni per costruire la casa.

Vera Araújo – sociologa

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