Lo sport che muove le persone e le idee

Uno sguardo sullo sport di oggi
Alcune citazioni significative possono aiutare a comprendere cosa rappresenti oggi lo sport: “Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna e la sua assenza non potrà mai essere compensata” (Pierre De Coubertin); “Lo sport, come la musica, è qualcosa di universale, qualcosa che è compreso in tutto il mondo, indipendentemente dalle differenze sociali, etniche o religiose. Non solo sport è universale, ma anche i suoi valori.” (Jacques Rogge – presidente CIO); “Le potenzialità del fenomeno sportivo lo rendono strumento significativo per lo sviluppo globale della persona e fattore quanto mai utile per la costruzione di una società più a misura d´uomo.” (Giovanni Paolo II);  “Lo sport è del tutto estraneo ai valori che ostenta, ne è la negazione più assoluta. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità.” (Robet Redeker – filosofo); “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di ricongiungere le persone come poche altre cose. Ha il potere di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione.” (Nelson Mandela).
Il fenomeno sport è una delle realtà più complesse, interessanti ed avvincenti del nostro tempo. Qualche numero: 800 milioni di praticanti, 5 milioni di società sportive; aderiscono al Comitato Olimpico Internazionale 205 federazioni nazionali, alla FIFA, organismo mondiale del calcio, 208, alle Nazioni Unite solo 192 nazioni.
Il fenomeno meriterebbe approfondite riflessioni sociologiche, ma limitiamoci ad alcune, emblematiche, considerazioni di fondo.

Lo sport è il nuovo potere spirituale planetario

La nostra epoca è segnata dall’invadente onnipresenza dello sport: lo sport è un rumore di fondo planetario, una musica secondo altri, che condiziona la percezione della realtà e di noi stessi. Lo sport va considerato come un nuovo tipo di antropomodellismo, un nuovo potere spirituale planetario. De Coubertin affermava che “La prima caratteristica dello sport olimpionico antico come di quello moderno è di essere una religione”. Lo sport si può definire una parodia mercantile di una religione universale: i suoi eventi sono un’assemblea planetaria, con tanto di pseudo liturgia.

Sport e capitalismo sono indissolubilmente legati: verso il successo ad ogni costo
Lo sport moderno è nato e si è affermato in un contesto storico e sociale che premia la cultura del successo: ne deriva una visione dello sport che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche per gli interessi economici ad esso legati.  In merito agli interessi economici è significativa l’affermazione del direttore della WADA, l’agenzia mondiale antidoping, David Hoffman, che nel suo ultimo rapporto ha affermato: “La malavita controlla scommesse e doping ed è implicata nel riciclaggio del denaro sporco e nella corruzione”. Il filosofo Redeker  dal canto suo, ha scritto: “Prosperando sulla morte della cultura, lo sport modella un prototipo di uomo, funzionale al capitalismo della globalizzazione tecnologica e dei mercati, che postula la depoliticizzazione dell’umano. Il tifoso si è sostituito al cittadino”.

Lo sport riflesso della società o la società riflesso dello sport?

L’idolo sportivo oggi non rispecchia lo stile di vita di un popolo, come un tempo gli eroi di Olimpia raffiguravano l’uomo migliore, ma, al contrario, tende ad imporre il proprio modello a tutte le altre persone, effigie di uno stile di vita planetario. Come si veste, come si muove, che abiti indossa, tutto diviene fenomeno cult. Il calendario è, di norma, espressione di una cultura, di una storia, di una geografia: quello sportivo li polverizza, è universale, incurva il tempo, è ripetitivo e vuoto, annulla il passato e non ha futuro concentrando e bruciando tutto nel “presentismo”: i campioni creati dallo sport non invecchiano, e quindi non hanno un passato, e non muoiono mai, e quindi non hanno un futuro. Anche lo spazio, al pari del tempo, è annullato: il mondo appare come una grande palestra dove fare ginnastica e tenersi in forma, sotto la pressione della civiltà del divertimento, delle industrie ad esso collegate e della ideologia pansportiva, dell’ebbrezza ludica.

Il corpo al servizio del consumismo
Socrate  affermava: “Non mi risulta che un corpo in buona forma possa rendere buona l’anima in grazia della propria virtù: viceversa, un’anima buona, per la sua stessa virtù, può perfezionare il corpo in maniera straordinaria”. Lo sport cerca di apparire come la cultura del fisico: il corpo è in realtà sottomesso al diktat della prestazione, all’imperativo del rendimento e dell’efficacia quantitativamente misurabile. Per fare questo si ricorre ad ogni mezzo, biologico, meccanico, chimico. In una cultura del più forte, il doping è una via di fuga dal peculiare fascino della pratica sportiva che si nutre proprio del limite e della possibilità sempre esistente di sorpassarlo, per raggiungere nuove mete e nuovi equilibri.

Le nuove tendenze dello sport
    Circa un terzo della popolazione (oltre il 50 per cento nel nord Europa) dei nostri paesi occidentali fa sport con regolarità. La passione per giocare, muoversi, specie all’aria aperta, fare sport non tramonta mai. In questo contesto stanno emergendo nuove pratiche sportive, a volte “fai da te”, a volte lontane da controlli e indirizzi, a volte salutistiche, facilmente influenzabili da parte di condizionamenti commerciali. Alcune, ad esempio gli sport estremi, spostano l’accento sul mettersi alla prova, sul far emergere una versione ideale e potenziata di sé: testimoniano una ricerca di autotrascendenza, mirano a mostrare a se stessi e agli altri particolari qualità. Altre pratiche sportive si vanno sviluppando nelle palestre o nelle piscine, spesso abbinate a centri wellness: qui gli sportivi non sono praticanti, ma prima di tutto dei clienti. Si tratta di fenomeni di fuga da un’attività sportiva tradizionale spesso orientata solo all’agonismo, ed al tempo stesso di ricerca di forme creative, ma a volte lontane da una prospettiva educativa.

La valenza educativa dello sport: una chimera?
    Lo sport è ritenuto un percorso educativo, ma nelle società sportive lo sport è spesso proposto in forma selettiva, non inclusiva, discriminante, finalizzata solo all’agonismo. Inoltre solo una percentuale molto bassa degli istruttori o degli allenatori è laureato in scienze motorie ed ha le competenze per un ruolo sportivo educativo. L’abbandono precoce dello sport, durante l’adolescenza, è considerato giustamente un fenomeno preoccupante: i ragazzi dichiarano di smettere perché non si divertono più, per il prevalere della dimensione competitiva su quella ludica e per il crescere di altri interessi o impegni come quello scolastico. L’interruzione precoce dell’attività sportiva ha effetti negativi nel tempo, sul piano della salute e della solidità del tessuto sociale.

Quali segnali e stimoli positivi dal mondo dello sport per la società di oggi?
Lo sport è una proiezione dell’esistenza, una sublimazione dei nostri splendori e delle nostre miserie, ma è anche una importante “palestra” di vita. Per questo dallo sport ci si aspetta così tanto, a cominciare dalla responsabilità educativa di cui viene accreditato. Perché è possibile affermare che lo sport muove le persone e muove le idee? Perché lo sport, evoluzione del gioco, fa parte della natura stessa dell’uomo. Quello che gli addetti ai lavori chiamano “gioco locomotorio”, comprendendo in esso il gioco, l’attività motoria, lo sport, è una delle migliori invenzioni dell’uomo, quella che gli permette di esplorare le situazioni, di adattarsi ad esse, di superare le difficoltà. Platone affermava: “Si può scoprire di più una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”. Lo sport fa parte della biologia della specie: consente all’uomo di sviluppare il proprio cervello, selezionando le connessioni nervose e gli schemi sensoriale e motori ottimali, visto che l’uomo possiede, fra gli esseri viventi, il cervello meno preformato alla nascita (neotenia).

Gioco e sport per sperimentare un senso di efficacia
Non è solo questo: il gioco locomotorio consente all’uomo di sperimentare un senso di efficacia e di controllo personale su di sé, sul proprio corpo, sui propri stati emotivi e sull’ambiente e di sviluppare capacità ed autonomia per tutta la vita, calciando palloni, scalando montagne, nuotando, correndo, sciando. Questa sensazione è fonte innata di piacere, un piacere che ha un valore biologico, perché stimola ad impegnarsi nel gioco, con la conseguenza di divenire più abile ad affrontare le situazioni. Ed è un’eccezionale fonte di motivazione: il piacere di sperimentarsi garantisce il coinvolgimento nel gioco, migliorando la qualità della propria prestazione. Lo sport è una manifestazione ritualizzata e modificata del gioco, sostenuto non tanto da motivazioni estrinseche (il denaro ed il successo), ma prima di tutto dall’innata motivazione intrinseca, dimensione fondamentale per la personalità, a sentirsi capaci, competenti, in grado di controllare la realtà, auto-efficaci. Questo senso di autoefficacia, innato ed inconscio nell’uomo, è essenziale per la salute fisica e psicologica: lo motiva e lo spinge a rilassarsi mentalmente con una passeggiata, a prevenire le malattie da sedentarietà ed a riabilitare le funzioni con l’attività fisica. Se priviamo l’essere umano del gioco locomotorio lo condanniamo al deperimento fisico e mentale. Nel gioco locomotorio a motivazione intrinseca la spinta agonistica è positiva e sostanziale per vincere se stessi e superare i propri limiti.

Lo sport in un contesto di crisi di identità

Le persone vivono oggi una crisi di identità, un’insicurezza, una fragilità e una vulnerabilità, frutto di una sopravvalutazione dell’individuo, privo delle costrizioni, ma anche della protezione, dei vincoli sociali.  “Mentre si estendono gli spazi di comunicazione alla sfera planetaria, cresce la difficoltà di quotidiana vita sociale, ovvero seduzione dei grandi spazi e constatazione che sono inaccessibili.” . In questo contesto la risorsa più contesa è la visibilità sociale: l’effetto che il villaggio globale produce sui suoi abitanti “invisibili” è quello di alimentare un impellente desiderio di visibilità, un appello “guardami, guardami”, più che mai vivo anche nello sport, definito dagli psicologi  una “tragica illusione” per la quale l’ammirazione viene confusa con l’amore, con una vita intera spesa alla ricerca di questo surrogato. In questo modo lo sport, derivazione del gioco, che è uno strumento al servizio della crescita dell’individuo, della sua autonomia ed autoefficacia, del suo potenziale relazionale, può essere sognato da qualcuno come una scorciatoia per raggiungere un senso, illusorio, di stabile identità in una società in cui questa impresa si fa sempre più improba. Spinte politiche, economiche e mediatiche hanno fatto il resto, spingendo all’estremo l’enfasi della vittoria a tutti i costi.

Lo sport è il reparto giocattoli della vita umana

È comunque l’innata, giudiziosa, forse inconsapevole passione per il gioco, l’attività motoria e lo sport, che fa sì che ce la prendiamo così tanto quando nello sport qualcosa non va come dovrebbe: qualcuno ci sta rovinando il giocattolo indispensabile all’esistenza! “Lo sport – affermava Howard Cosell – è il reparto giocattoli della vita umana.”   e difficilmente siamo disposti a rinunciarvi o a vedercelo distruggere. Lo sport, per fortuna, inaspettatamente e ripetutamente, si mostra capace di sorprendere tutti, rivelando la grandezza incontenibile della fantasia dell’animo e del corpo umano.

Perché lo sport dovrebbe far muovere anche le idee oltre che le persone?

Lo sport è un ambito in cui la persona “interpreta” una situazione, un ruolo. E quando parliamo di interpretazione ci viene naturale porci alcune domande. Siamo noi i registi del film della nostra vita o ne siamo attori, seppure assolutamente liberi di interpretare il nostro ruolo? Siamo noi gli autori della partitura della nostra vita o ne siamo gli interpreti, seppure in grado di farla risuonare nell’interazione con Qualcuno che ci fa essere più noi nella misura in cui facciamo essere più Lui?

Cosa ne facciamo dello straordinario potenziale di relazione che lo sport ha capacità di promuovere?

Le domande ci pongono di fronte alla nostra identità e di fronte alla questione: “qual è il fondamento della realtà nella quale vivo la mia vita?” Esiste un assoluto come fondamento della mia realtà? La risposta a questa domanda può essere diversa: dalla negazione del fondamento, l’ateismo, fino alla fede in questo fondamento come realtà fondante il mio essere. Con tutte le varianti intermedie. Quello che non possiamo fare è eludere questa domanda: anche la negazione del fondamento è un’esperienza di esso. Non possiamo cioè non affacciarci alla finestra, non metterci sulla soglia di questa domanda sul fondamento. Perché queste metafore?    Perché un’esperienza umana apparentemente semplice e naturale come il gioco, l’attività motoria e lo sport dovrebbe far “muovere le idee” e far “muovere le persone”? Perché gioco, attività motoria e sportiva sono ambiti in cui la persona “interpreta” un ruolo, si pone in un presente (la partita, la corsa, la sfida con se stesso, con il cronometro o con gli altri) in cui mette in gioco se stesso, in cui pone in discussione, in uno spazio ed in un tempo definiti, la propria identità.
Sta a chi gioca, a chi fa sport, e, parallelamente, a chi educa attraverso lo sport, saper e voler cogliere ciò che si muove, di pari passo e grazie a muscoli ed e articolazioni, dentro di noi, attorno a noi, fra noi. Collocati nel fisico, sta a noi, porci, o meno, domande su ciò che stiamo facendo, sulla cultura che stiamo incarnando o promuovendo, su ciò che nell’uomo vi è di più profondo. Lo sport è un tramite, per il mezzo della dimensione corporea, di incontro con se stessi e con gli altri. Lo sport mi pone sulla soglia, apre una finestra alla relazione. A cosa può servire questo straordinario linguaggio comunicativo che è lo sport, cosa ce ne facciamo di questo potenziale che è la relazione che lo sport ha particolari capacità di favorire? Il segreto è qui: nello sport non si incontrano solo delle qualità fisiche, che sono la finestra, ma le persone nella loro interezza. Sta ai protagonisti dell’esperienza motoria o sportiva, decidere o meno di mettersi in gioco, accettare di aprire la finestra, grazie allo sport, della propria vita all’altro, far incontrare la propria umanità con quella dell’altro, correre il rischio di vedere la propria identità stravolta, ma indubbiamente arricchita, dalla presenza dell’altro. Questo può far “muovere le idee” e far “muovere le persone”, grazie ai propri corpi.

“L’altro siamo noi”

La comprensione e la scoperta della nostra identità è un viaggio, un’avventura che dura tutta la vita. La persona umana è un mistero crescente di non appartenenza a noi stessi. “L’altro siamo noi” affermava con coraggio lo scrittore Ryszard Kapuściński : è la relazione, la reciprocità che mi permette, scoprendo l’altro, di scoprire me stesso. L’altro, l’uomo che è accanto a me diventa necessario ed essenziale perché ciascuno di noi possa dischiudersi all’esistenza. È l’entrata nella reciprocità che dischiude orizzonti ampi e luminosi. Mai senza l’altro: lo sport implica la stimolante, destabilizzante, piacevole necessità della presenza. Non possiamo negare che lo sport ci appaia a volte come un sistema che si autosostiene, di evento in evento, senza riflessione, senza criticità. La passività di fronte all’imposizione di modelli di vita così negativi promossi da una certa concezione dello sport, si supera dando massimo valore a due realtà: la cultura e la vita.
La cultura è un ponte fra ciò che è l’uomo e ciò che può diventare. La cultura ha oggi un’accezione ampia: tutto è considerato cultura, anche lo sport, secondo una concezione della cultura come “stile di vita”. La cultura è indubbiamente il complesso dei comportamenti che assicurano la coesione di una comunità, le abitudini collettive. Ma  la cultura è anche ciò che ci permette di aprirci: svincola l’uomo, lo libera e lo emancipa, è l’elemento dinamico che lo innalza al rango di cittadino, capace di svolgere un ruolo.
La vita. Sant’Agostino scrisse: “Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stesse senza meravigliarsi.” Sono le persone, la loro vita, lo spettacolo più grande cui ci è dato di assistere. È la quotidianità che va rivalorizzata e scoperta carica di significato: per fare questo è necessario vincere quella che Jean Vanier chiama “la tirannia della normalità”, quella sorta di obbligo non esplicitato che ci invita inconsapevolmente a conformarci, ad accettare come consuetudini sociali quelle che cercano di cancellare le diversità e le fragilità, che mettono in dubbio ogni possibilità di cambiamento, di miglioramento, come se tutto fosse imponderabile e nulla dipendesse dalle nostre persone. In particolare dobbiamo vegliare permanentemente che la nostra società prenda in considerazione ogni persona nella sua globalità, affinché l’uomo non sia ridotto, se va bene, ad una lista di diritti, ma sia concepito come un essere che ha, prima di tutto, un grande bisogno di relazione che lo spinge ad incontrare gli altri.

Quali prospettive? Quali proposte?

Con queste premesse possiamo provare ad elaborare qualche proposta, semplice e concreta, solo indicativa, affinché lo sport sia capace di “muovere le persone e muovere le idee”. Alcune proposte sono più generali, altre legate alle diverse competenze. Uno sport capace di muovere le persone e di muovere le idee, è uno sport che ha una funzione educativa , di sanità pubblica , una funzione socializzante , culturale , ludica  ed anche agonistica . Che una pratica fisica e sportiva, con queste funzioni, sia radicata nella popolazione è un fatto di interesse pubblico: si tratta di un investimento e non di una spesa sociale. “Lo sport non è un’espressione vaga. È un termometro di civiltà.”

Il cambiamento dipende da noi. Insieme

Le indicazioni per uno sport che si riferisca ai valori, da tutti condivise, sono, nella pratica, molte volte disattese, a partire dal fair – play: il cambiamento non può essere affidato al sistema, ma deve partire dalle nostre coscienze, dai nostri comportanti quotidiani, dipende cioè da ciascuno di noi. Io, prima di altri, io accanto ad altri, insieme.
Insieme puntando ad un senso più vero del tempo libero, come tempo del recupero e del rinforzo delle forze fisiche, ma anche di quelle psicologiche e spirituali, come tempo della gratuità, del saper perdere tempo in modo intelligente, oltre che gioioso. Insieme facendo crescere una cultura diffusa del movimento, del gioco, dell’attività fisica, fuggendo dai divertimentifici artificiali, anche riscoprendo giochi semplici, poveri e universali.  Un ruolo specifico in questo tocca anche alle istituzioni in generale.
Insieme contribuendo ad un recupero della dimensione ludica dello sport, anche quando è pedana di lancio verso lo sport professionistico: ci sono testimonianze concrete che crescere giocando non solo dà gioia, ma non è in contraddizione con lo sviluppo del talento, anzi, crea l’ambiente migliore perché esso si sviluppi.
Insieme cercando di ridare spazio a creatività e fantasia. Roberto Baggio, affermava: “In Italia, immobile ed immutabile, prevale la cultura del risultato, purché sia. Il bel gioco, se perdi, è penalizzato in Italia, non così in Spagna. Da ragazzo un allenatore mi fermò dopo un colpo di tacco, urlando che non siamo al circo.”
Il futuro del nostro sport non è in mano a manager più o meno illuminati, ma è in mano a tutti noi ed alla nostra capacità di costruire relazioni, alla nostra volontà di investire sulla reciprocità.

Gli educatori

Il primo rifermento specifico va a quanti hanno direttamente un ruolo educativo nello sport. I laureati in scienze dello sport sono dei professionisti della cura della persona curandone il corpo. Cura anche in senso pedagogico: apertura, comunicazione, attenzione alla persona, alla sua realizzazione, ai valori, nel riconoscimento della diversità e dei suoi bisogni. Anche lo sport di alto livello può conservare valenza educativa se rimane intrinsecamente segnato dalla ludicità.
Servono sempre nuove e maggiori competenze in coloro che educano attraverso lo sport perché si aprono nuovi orizzonti professionali, grazie ai quali possono definirsi “professionisti della complessità”: Basti pensare all’educatore sportivo sociale (nelle carceri, nelle comunità di recupero, nei paesi in via di sviluppo…) o a quello che viene chiamato edutainement, l’intrattenimento educativo legato al tempo libero. Se molti insegnanti di educazione fisica, specie in Italia, si sentono in crisi rispetto alla loro professione, è solo un recupero ed un riconoscimento del valore e della dignità culturale della loro professione che può valorizzare le loro competenze.

Gli atleti ed i tecnici

La visibilità degli atleti, anche dei tecnici, è cresciuta in maniera straordinaria: ma i campioni veri sono anche uomini veri. Ad essi è sempre più richiesto di avere coscienza responsabile del proprio comportamento privato e pubblico. Dedicare allo sport la totalità dei propri interessi e gran parte del tempo porta gli atleti a costruire un mondo artificiale: la responsabilità degli allenatori è di non farli fuggire dalla realtà, coltivare il talento ogni giorno, spiegare che per vincere non basta la tecnica, occorre un’anima. Se teniamo alla crescita spirituale umana, come teniamo a quella tecnica sportiva, l’atleta, anche di livello, sarà anche un uomo, un “hombre vertical”, un cittadino.

I professionisti attorno allo sport

Sempre più professionisti vivono di sport: medici, procuratori, giornalisti eccetera. Ciascuno può contribuire, per la propria competenza, a far sì che la dignità umana venga apprezzata più di ogni altra cosa, contro ogni tentativo di fuga verso la vittoria a tutti i costi, che si chiami doping farmacologico o economico, che si chiami mercificazione del corpo o mancanza di rispetto per le potenzialità umane come per le sue fragilità. Un ruolo decisivo e perciò delicato, è quello dei mass media. Il mercato, la politica e la pubblicità si sono resi conto da tempo della straordinaria rilevanza sociale che possono avere i messaggi trasmessi attraverso lo sport. Chi opera nel mondo della comunicazione sportiva ha oggi una responsabilità enorme nel difendere e nel mostrare la specificità e la bellezza dell’esperienza motoria e sportiva.

Le associazioni

Il sistema associativo, anche quello sportivo che è fra quelli che reggono, soddisfa i bisogni comunicativi ed espressivi degli individui, esposti al rischio della atomizzazione, della paralisi emotiva e dell’anomia. Ogni associazione rappresenta una forma di mediazione necessaria fra individui, società ed istituzioni, ed è nodo di una rete di relazioni collettive che generano scambio, interazione, coesione sociale. Una piena e consapevole partecipazione alla vita associazionistica costituisce anche un’esperienza di educazione civica che esalta risorse essenziali al funzionamento solidale di una società, come la propensione a cooperare, la fiducia e la pratica della reciprocità. Se l’associazione, da semplice aggregazione di iscritti si apre ad essere comunità, genera azione sociale e resistenza collettiva ai processi di omologazione culturale..

I genitori

E’ fin troppo facile scaricare sui genitori l’immagine di persone interessate solo ad una possibile carriera sportiva dei figli e disinteressate all’esperienza educativa: è necessaria per questo una forte sinergia fra le diverse agenzie educative coinvolte nello sport. Per far crescere i figli come cittadini prima che come atleti, anche piccole testimonianze risultano significative: lasciare la macchina ed andare a piedi assieme ai figli, giocare e fare sport con loro, chiedere alle società sportive quali obiettivi hanno nello statuto, interrogarsi sui doveri verso la società sportiva e non solo sui diritti…

“Assumere sempre e per abito preso la fraternità universale”   

Spesso ripetiamo: “Sarebbe bello, ma…” Occorre prendere nuova coscienza della responsabilità reciproca, del valore insostituibile dell’essere “per” al fine di costruire un “noi comunitario” attore di cambiamento. Ci spronano due concetti espressi da Chiara Lubich in un suo appunto del ’46: “Oltrepassare sempre ogni limite” e ciò significa che la reciprocità va ricercata senza dubitare, e “assumere sempre e per abito preso la fraternità universale”. C’è un modo ed un luogo in cui cominciare: nelle città. Se è vero che “le città sono diventate le discariche per i problemi causati dalla globalizzazione”  e si promuovono “politiche sempre più locali in un mondo strutturato da processi sempre più globali” , è anche vero che le sfide della globalizzazione si giocano e si vincono nel contesto della città, nei paesi, nei quartieri, nei condomini. È qui, nella città che si forma il capitale sociale, ovvero l’insieme delle relazioni fra soggetti. L’economista Easterlin elaborò il “paradosso della felicità”, ovvero dimostrò che la felicità cresce fino ad una soglia di reddito e sopra torna a calare. Per essere felici abbiamo bisogno di costruire beni relazionali, amicizie, affetti. E questi si possono costruire in maniera privilegiata nel tempo libero, quindi anche nello sport, perché il bene relazionale richiede tempo e contatti per essere  generato. Misurarsi con queste realtà dentro la cornice della città può rappresentare una chance in più: in un luogo circoscritto le sfide possono essere affrontate da vicino e insieme. Le città sono spazio di confronto, fra conflittualità e dialogo; luogo di crescita fra disagi e risorse; laboratorio di convivenza fra identità e reciprocità. Dentro quella che è definita “società liquida”, se un gruppo di persone decide di cominciare relazioni nuove, immette nella città un nuovo capitale sociale e può bloccare lo sfaldamento.

“Modificare il corso degli eventi a partire da nuovi investimenti nelle relazioni e nei legami”

“A condizione che gli attori sociali – scrive il sociologo Mauro Magatti – guardino in faccia la realtà ed esercitino fino in fondo la loro capacità di azione, che è poi quella di modificare il corso degli eventi a partire da nuovi investimenti nelle relazioni e nei legami, intesi come elementi essenziali per costruire un nuovo capitale sociale.”
Un cambiamento di orizzonte non può essere affidato al sistema, ma deve partire dalle nostre coscienze. Noi vogliamo essere fra quelli che hanno un “pallino”, una passione, un obiettivo chiaro: promuovere nuove positive testimonianze di vita sportiva, elaborare e diffondere nuove idee, essere formatori di opinione per contribuire a cambiare la società cambiando lo sport.

Paolo Crepaz
medico dello sport e giornalista sportivo
docente di pedagogia dello sport
presidente di Sportmeet

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