Una cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria

Una cultura della sconfitta: solo una provocazione?

Lo sport vive alimentato prima di tutto dalla sua dimensione agonistica. La sua connaturale bellezza è proprio quella di saper far nascere sempre nuove ed avvincenti sfide, con se stessi e con gli altri. Nel nostro tempo esso non rappresenta più soltanto un gioco: è una cosa seria perché muove enormi cifre di denaro, un aspetto sconosciuto allo sport dell’antichità, un aspetto che, come è sotto i nostri occhi, mette in moto enormi interessi e genera conseguenze non certo irrilevanti. Ed è una cosa seria perché sa muovere grandi passioni. E nutrire una passione significa, in qualche modo, patire, soffrire per un obiettivo, ma anche prendere parte, dare sapore alla propria esistenza, conoscendosi e sfidandosi. Sconfitta e vittoria sono i due volti, le due estreme espressioni, della competizione, un termine che non può riservarsi solo alle discipline sportive definite nelle regole e correlate ad un punteggio e quindi comunemente ritenute agonistiche. La dimensione competitiva, in senso più ampio, riguarda anche il camminare in montagna, il palleggiare un pallone sulla spiaggia, una partita a carte: ovunque le capacità fisiche e mentali sono messe alla prova; ovunque è presente la tensione al misurarsi, al superare sé stessi, al confrontarsi; ovunque, soprattutto, è in attesa il limite, la prova, la sconfitta.Se è vero che dal profondo dell’uomo, individuo razionale, simile dei suoi simili in umanità, fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme ad altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci, è altrettanto vero che tale relazione si fonda sulla differenziazione, sulla distinzione, arrivando fino alla reciproca contrapposizione, nel senso più positivo del termine, elementi che sottolineano, preservano e tutelano l’identità di ciascuno. La competizione, la sfida, l’agonismo sono quel contesto dell’interrelazione in cui meglio viene in luce la distinzione. Posto che sia quindi privo di significato eliminare, e non solo dallo sport, la dimensione della competizione, che tra l’altro nelle discipline sportive trova la sua espressione maggiormente regolamentata, è ragionevole ipotizzare che il male maggiore, il grande nemico dello sport, sia oggi l’esasperazione di questa dimensione competitiva. Il peso di cui si è caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini di immagine e di denaro, è divenuto sempre maggiore, ed è sotto gli occhi di tutti come questa situazione rischi non solo di snaturare la bellezza dello sport, ma la sua stessa fisionomia. Gli interessi economici prevaricanti, la spettacolarizzazione esasperata, il ricorso al doping, il razzismo, la violenza negli stadi ne sono una testimonianza. In questo contesto invocare una cultura della sconfitta, una riscoperta del “saper perdere” può rappresentare qualcosa di più che non solo una formula ironica e provocatoria invocata per superare il disagio dell’ennesimo insuccesso sport vive alimentato prima di tutto dalla sua dimensione agonistica. La sua connaturale bellezza è proprio quella di saper far nascere sempre nuove ed avvincenti sfide, con se stessi e con gli altri. Nel nostro tempo esso non rappresenta più soltanto un gioco: è una cosa seria perché muove enormi cifre di denaro, un aspetto sconosciuto allo sport dell’antichità, un aspetto che, come è sotto i nostri occhi, mette in moto enormi interessi e genera conseguenze non certo irrilevanti. Ed è una cosa seria perché sa muovere grandi passioni. E nutrire una passione significa, in qualche modo, patire, soffrire per un obiettivo, ma anche prendere parte, dare sapore alla propria esistenza, conoscendosi e sfidandosi. Sconfitta e vittoria sono i due volti, le due estreme espressioni, della competizione, un termine che non può riservarsi solo alle discipline sportive definite nelle regole e correlate ad un punteggio e quindi comunemente ritenute agonistiche. La dimensione competitiva, in senso più ampio, riguarda anche il camminare in montagna, il palleggiare un pallone sulla spiaggia, una partita a carte: ovunque le capacità fisiche e mentali sono messe alla prova; ovunque è presente la tensione al misurarsi, al superare sé stessi, al confrontarsi; ovunque, soprattutto, è in attesa il limite, la prova, la sconfitta.Se è vero che dal profondo dell’uomo, individuo razionale, simile dei suoi simili in umanità, fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme ad altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci, è altrettanto vero che tale relazione si fonda sulla differenziazione, sulla distinzione, arrivando fino alla reciproca contrapposizione, nel senso più positivo del termine, elementi che sottolineano, preservano e tutelano l’identità di ciascuno. La competizione, la sfida, l’agonismo sono quel contesto dell’interrelazione in cui meglio viene in luce la distinzione. Posto che sia quindi privo di significato eliminare, e non solo dallo sport, la dimensione della competizione, che tra l’altro nelle discipline sportive trova la sua espressione maggiormente regolamentata, è ragionevole ipotizzare che il male maggiore, il grande nemico dello sport, sia oggi l’esasperazione di questa dimensione competitiva. Il peso di cui si è caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini di immagine e di denaro, è divenuto sempre maggiore, ed è sotto gli occhi di tutti come questa situazione rischi non solo di snaturare la bellezza dello sport, ma la sua stessa fisionomia. Gli interessi economici prevaricanti, la spettacolarizzazione esasperata, il ricorso al doping, il razzismo, la violenza negli stadi ne sono una testimonianza. In questo contesto invocare una cultura della sconfitta, una riscoperta del “saper perdere” può rappresentare qualcosa di più che non solo una formula ironica e provocatoria invocata per superare il disagio dell’ennesimo insuccesso.  

Sport: le ragioni del suo successo
Che lo sport sia oggi, come sostengono alcuni autori, “una forma di compensazione di istanze psichiche deluse, o uno scarico di energia eccedente, o una via d’uscita per la realizzazione di aspirazioni tipiche della dimensione antropologica o allevate dalla vita quotidiana moderna” , è certamente corretto, ma l’interesse che suscita l’attività sportiva, non solo agonistica, ed il suo successo sono fondamentalmente legati al fatto che essa rappresenta l’espressione sociale praticabile più eclatante della dimensione competitiva, della ricerca di autoaffermazione, di quella tensione alla distinzione di sé dagli altri fondamentale e connaturale ad ogni essere umano.
Lo sport moderno ha fatto sua la razionalizzazione tipica della società contemporanea: la sistematicità dell’addestramento, la ricerca dell’ottimizzazione del risultato, il principio di prestazione e la misurazione della stessa, la giustificazione funzionale della autodisciplina. Ma a questa oggettività, alla rigidità delle regole, lo sport è in grado di abbinare con successo il suo opposto: l’invenzione, la soggettivizzazione del comportamento, che rappresentano un’infrazione nei confronti della redditività economica, una concessione allo spreco, al valore simbolico, non pratico, dell’attività. Gli atleti non si allenano, né gareggiano solo per denaro, privilegio comunque di pochi: in un’epoca in cui si è perso il compiacimento del prodotto del lavoro, quest’ultimo è divenuto solo un mezzo per migliorare la propria qualità di vita, lasciando inerti parte delle energie e delle abilità umane. Queste trovano così espressione nelle attività ludiche e sportive che “rappresentano l’esibizione pubblica di quello che l’uomo sa fare: sono lo spettacolo, il luogo della manifestazione del desiderio” .
Nella eccellenza sportiva il principio della meritocrazia, elitistico nella sua sostanza, viene ad associarsi al principio della democrazia: chi si afferma nello sport lo fa perché ha delle doti, l’accesso al primato non è chiuso a chi parte da una situazione di svantaggio sociale, anzi per molti atleti è un ascensore sociale. Nello sport la raccomandazione non è onnipotente e la truffa ha minori occasioni dove il cronometro regna implacabile: è vero che esistono risultati truccati, ma questo accade meno che altrove.
Nello sport, la sinergia campione – pubblico fa gravitare l’individualismo ed il tribalismo, presenti nella società moderna, verso l’unità. Infatti se la meritocrazia e la selettività rendono l’attività sportiva inevitabilmente individualistica, lo stadio rende lo spettacolo espressione della massa, in un rituale della tribù in cui l’evento agonistico è solo il “rito centrale” . Le migrazioni settimanali delle folle variopinte di bandiere e sciarpe “evocano lo spirito delle antiche fazioni, ne ricostruiscono l’identità, in questo momento storico contrassegnato dall’anomia, dalla frammentazione, dalla disintegrazione sociale” .
Lo sport, ancora, è luogo in cui si può riaccendere il senso della vita: in un mondo foriero di dubbi e relativizzazioni, lo sport offre una concreta possibilità di cimentare il senso più elementare di sé, fondato su destrezza e bravura fisica, insomma su braccia e gambe. Il ritorno alla fisicità potrebbe venire anche interpretato come una regressione, in un tempo come il nostro che privilegia l’elaborazione intellettuale, ma una regressione che “lascia leggere anche il contrario: la spinta verso la ricerca, l’esplorazione delle possibilità, l’andare oltre” . Il gusto del gesto atletico, la fantasia del gioco, la ricerca dell’azione corale, le espressioni di attesa e di gioia per un risultato, non sono banalmente riconducibili al piano della semplice istintualità, ma esprimono qualcosa che va dall’intima tensione del singolo atleta, fino alla matrice culturale di un popolo. Tra la razionalizzazione, che cerca di spiegare ogni cosa, e la difficoltà di cogliere i fini ultimi, lo sport si esprime in un terreno intermedio, in quelle che il sociologo Elias ha chiamato “attività di loisir (divertimento) mimetiche” . Libero dalla razionalizzazione, lo sport salva dunque l’imprevedibilità dell’evento, il gusto di non sapere chi vincerà, dando all’azione o all’attesa un senso eccitante, di sapore antico, una forma singolare di interruzione e forse di controllo di quella che può essere detta la crisi della modernità. L’incertezza di una partita di basket o di una gara di ciclismo non è forse una modalità di controllo della non-sicurezza quotidiana? “Nel recinto delle gradinate e del terreno di gioco, zona delimitata della città, lo sportivo impara a convivere con l’insicurezza”  ed esorcizza la paura: l’eventualità di una sconfitta, nel tempo la sua inevitabilità, aiutano ad apprendere una sorta di resistenza alla realtà avversa che, tutto sommato, impedisce la fuga, preferendo l’incertezza alla rassegnazione. E questo perché la sicurezza quotidiana, spessissimo coincide con la routine: lo sport assume quindi una “funzione de-routinizzante” . La civilizzazione ha limato gli eccessi dei comportamenti, bloccando anche l’espressione delle emozioni: oggi non ci si lascia andare. Le occasioni per farlo sono rare: quella più frequente, socialmente tollerata è lo spettacolo sportivo in cui è possibile raggiungere un “eccitamento controllato ” sia come praticanti, che come spettatori.
Nel disagio che lo sport evidenzia, libera e spesso sana, c’è anche il segno del futuro, dice quel che l’uomo vuole e non vuole: “queste spinte non disciplinate fanno una prova, escono alla luce, brancolando, nelle vicende sportive ” ha sapientemente indicato il filosofo Ravaglioli.

Lo sport rischia di perdere la sua specifica natura
Lo sport, proprio per la sua funzione di valvola sociale, rischia di esplodere per le pressioni e le esasperazioni che vi confluiscono, ma non si può negare che questo sia da imputare anche al fatto di aver occupato spazi ed assunto ruoli che non gli competono.
Manuel Vasquez Montalbàn, scrittore spagnolo e grande tifoso del Barcellona, recentemente scomparso, ha dichiarato in un’intervista: “In un’epoca in cui è evidente la crisi delle ideologie, in cui è chiaro il ridimensionamento della militanza politica, e dove persino gli atteggiamenti religiosi soffrono di mancanza di prospettive, il calcio è la sola, grande religione praticabile. C’è in questo sport un aspetto finanziario, mediatico, pubblicitario, ma non sottovaluterei il suo lato liturgico” .
Da più parti viene enfatizzata l’ascesa dello sport moderno a nuova religione laica. Lo stesso De Coubertin lo auspicava: “La prima caratteristica dello spirito olimpico antico come di quello moderno – scrisse – è quella di essere una religione” . Una indicazione che si rende manifesta, ad esempio, nella pretesa dello sport di imporre il proprio calendario, una funzione normalmente d’essenza religiosa, geografica, politica, storica, culturale, polverizzando tutti gli altri in un grande calendario universale. I mondiali di calcio o i gran premi di Formula Uno testimoniano quanto non sia molto fuori luogo affermare che lo sport abbia assunto i tratti di una neoreligione universale.
Ma non è solo sul piano della religione che lo sport ha varcato i propri confini: il filosofo francese Redeker, vede, addirittura, nello sport non soltanto l’oppio dei popoli, che sarebbe qualcosa di passivo e onirico, ma “il nuovo potere spirituale planetario” . Secondo il cattedratico Vassort lo sport-industria “sviluppa in massimo grado i due parametri più odiosi del sistema capitalista”: una “ricerca senza scrupoli del massimo profitto” e “un’ideologia fondata sul principio del super-uomo, della forza e della violenza” .
La sua invadente ed universale onnipresenza, si afferma, è capace di colmare il vuoto normativo dei nostri giorni, con una “ideologia pansportiva” , dove lo sport è simulacro del contenuto dell’era del vuoto. “Siamo tutti sotto trasfusione sportiva permanente. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità”  afferma ancora, impietoso, Redeker.
Lo sport di vertice, a motivo della alta capacità di catturare l’interesse delle folle, ha subito una ibridazione reciproca con lo spettacolo, grazie ai media: la quotidianizzazione dello sport si fa totale, rischiando pericolosamente la banalizzazione. La combinazione fra sport ed intrattenimento  può innalzare, a breve termine, gli indici di ascolto, ma a lungo termine le cose vanno in direzione opposta: la perdita di specificità rischia di togliere allo sport la sua identità e fa perdere il fascino nei suoi confronti soprattutto nelle fasce più giovani.
Divenuto banale ed irrazionale, quotidiano e straripante, sospinto dai mezzi di comunicazione di massa, lo sport professionistico, il calcio come sempre in prima linea, non cessa di produrre polemiche ed alimentare scandali e violenze. E’ probabile che i media accumulino le tensioni, seppure involontariamente: di certo i media, e la pubblicità che essi veicolano, hanno trasformato gran parte dello sport di alta prestazione in un enorme mercato.
Se lo sport moderno ha conservato la propria virtù ed il proprio potere simbolico nel gioco della incertezza del risultato della gara, con la truffa e con il doping rischia di crollare la parete divisoria tra natura e calcolo, tra lealtà sportiva e trucco, togliendo allo sport il suo marchio di garanzia: la  vittoria al migliore.

Perché una cultura della sconfitta?
Lo sport di vertice, sovraccaricato di valenze, non riesce più ad assolvere il suo ruolo di compensatore sociale, perde la sua prerogativa di terreno in cui la sconfitta è accettabile, in cui l’insicurezza, la paura di perdere, insita in ogni essere umano, è affrontata in ambiente protetto. La sconfitta non è più né accettata, né accettabile: va eliminata, rimossa nelle sue cause e nelle sue conseguenze, sublimata dalla spettacolarizzazione, annegata nella quotidianizzazione, scavalcata con la truffa e con il doping.
Del resto il messaggio della vittoria ad ogni costo è vivo ad ogni livello, perché presente nella società prima ancora che nello sport. I bambini lo recepiscono sin dalla tenera età, bombardati da personaggi presentati loro dai media come sempre vincenti. Una volta creato il mito, l’idolo, la corsa all’egocentrismo, all’affermazione incontrollata di sé, è aperta, sin dall’infanzia. Se poi questo mito è sportivo, l’interesse rischia di riassumersi tutto esclusivamente in un interesse per la vittoria, anziché primariamente per la pratica sportiva, creando o un pericoloso disadattamento o un abbandono precoce.
L’atleta, in passato, era considerato un modello soltanto tecnico, di cui si imitava il gesto atletico, il dribbling, il lancio, al massimo, con l’avvento della tv, il modo di esultare. Con la disponibilità dei denari degli sponsor, rispetto ai quali forse non ha molte colpe nel non saper resistere, lo sportivo è diventato un modello per altri comportamenti: l’uso di un deodorante, la merenda con quel cioccolato, la guida di un’automobile.
Si impone una cultura della sconfitta che permetta di affrontare una questione fondamentale per chi si avvicina alla pratica motoria e sportiva: il desiderio della realizzazione di sé, investendo energie e tempo, sopportando fatiche e rinunce per un obiettivo sportivo, è un impegno che si scontra con la durezza della sconfitta, il dolore di un infortunio, la percezione del limite, l’evidenza della superiorità di un avversario.
Posto che non vi è modo di eliminare tali ineluttabili motivi di insuccesso, la domanda che si impone è: che senso dare alla sconfitta?
Si è detto che la competizione si pone come esaltazione della distinzione, come magnificazione del “sé” nella dinamica sociale delle reciproche relazioni: l’altra dimensione, quella della socialità, dell’essere in relazione, nasce dall’incontro e dalla scoperta dell’altro. Nella relazione, nel confronto, situazioni che lo sport offre quotidianamente, l’incontro con l’altro e la distinzione di sé possono risultare polarità spesso inconciliabili. Ma cosa può accadere se il nostro atteggiamento nei confronti dell’avversario è orientato alla fraternità? Lo ha spiegato molto efficacemente Chiara Lubich nel suo messaggio all’ultimo congresso di Sportmeet: “Chi perde conosce il valore della sofferenza e della sconfitta, perché il Figlio di Dio le ha valorizzate. Per lui può esserci una gioia più profonda che nasce dall’aver dato, dato se stesso negli allenamenti, o nei rapporti reciproci per costruire una squadra, dato tutto di sé nella esibizione al pubblico. Solo dalla donazione, dall’amore nasce la gioia interiore, più limpida, più pura, per chi vince (se ha lottato e vinto per amore) e per chi perde (se ugualmente ha lottato e perso per amore). Allora lo sport diventa autentico e sarà elevato alla sua dignità sociale. Potrà contribuire a ricreare gli uomini in questa civiltà troppo stressante, ad essere un elemento di affinità, di fratellanza e di pace tra popoli e nazioni.” “Il dono – afferma Gasperini, sociologo del lavoro – contiene un ineliminabile risvolto di socialità e di relazionalità” ,. Anche senza rifarsi ad un fondamento religioso, in cui l’esempio del dare la vita offerto da Gesù, crocifisso, abbandonato, e risorto, è il più compiuto , si può ritenere che il dono abbia una capacità di “creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone”  per la sua gratuità, senza pretesa di restituzione.  Se dunque prima di tutto chi mi sta accanto, l’altro da me, è dono per me ed io per lui, la sconfitta e la vittoria acquistano un sapore particolare: un atteggiamento di questo tipo è capace di trasformare uno sconfitto in autentico vincitore.

Quali i percorsi di una cultura della sconfitta?
E’ dunque certamente banale ridurre la sconfitta a semplice rassegnazione dignitosa di fronte ad un risultato avverso. Una accezione più alta è quella che lega una cultura della sconfitta ad una nuova cultura della vittoria: saper perdere per saper vincere. “Si è vincitori solo il momento dopo che abbiamo avuto il coraggio di capire i risvolti virtuosi e misteriosi del dolore, della rinuncia, della fatica, dei doveri”  ha scritto don Mazzi.
Le sfumature del “saper perdere” sono nello sport ricche e numerose, concrete e quotidianamente accessibili. La cultura dello sconfitta vive, ha bisogno, di testimoni e di episodi che la rendano concreta: non si tratta perciò qui di elaborare riflessioni, ma di coniugare sul campo questo concetto. Ecco qualche accenno a percorsi accessibili.
Esaltare il valore dell’avversario, riconoscerne qualità e meriti, apprezzarne la bellezza e l’efficacia del gesto, la tenacia e la virtù, è il primo, seppur difficile, itinerario da percorrere. Un maestro in questo senso e nel saper comprendere e far comprendere ai suoi giocatori “il bello della sconfitta”, come lui stesso la definisce, è Enzo Bearzot, l’ultimo grande condottiero vincente degli azzurri del calcio.
“Il bello della sconfitta – ha spiegato  – sta innanzitutto nel saperla accettare. Non sempre è la conseguenza di un demerito. A volte sono stati più bravi gli altri. Più sei disposto a riconoscerlo, quando è vero, quando non stai cercando di costruirti un alibi, più aumentano le possibilità di superarla. Anche di ribaltarla. La sconfitta va vissuta come una pedana di lancio: è così nella vita di tutti i giorni, così deve essere nello sport. Sbaglia chi la interpreta come uno stop nella corsa verso il traguardo: bisogna sforzarsi di trasformarla in un riaccumulo di energie, prima psichiche, nervose, e poi fisiche.”
Anche vent’anni fa contava innanzitutto vincere, e senza andare troppo per il sottile. Eppure quando Lacombe segnò il gol della Francia esattamente 32 secondi dopo il fischio d’inizio del mondiale d’Argentina, senza che gli azzurri avessero nemmeno toccato palla, Bearzot, fece qualcosa di assolutamente inimmaginabile. Non prese a calci la panchina, non morsicò la pipa, ma si alzò in piedi ad applaudire quell’azione da manuale, tutta di prima, che aveva tagliato a fette la sua nazionale. Non era ancora una sconfitta, ma non poteva sapere che avrebbero poi vinto la partita. In un altro passaggio significativo racconta la sua esperienza diretta: “Nel calcio ogni sconfitta è utile, a patto di saperla leggere. Nel mio incarico azzurro, a ciascuna è sempre seguita un’analisi approfondita. E all’analisi la sintesi. Di riflesso vedevo nascere nei giocatori un processo di autocritica, individuale e poi collettiva. Il passaggio successivo, fondamentale, era quello dall’autocritica alla solidarietà. Che era poi l’anticamera alla voglia di rifarsi, il bisogno di ripartire per cancellare la negatività e, con essa, la sofferenza. Così, quand’era ora di ricominciare, ciascuno si riprendeva le proprie responsabilità di prima: ma arricchite da quell’esperienza di sofferenza superata.” E i suoi ragazzi tornavano a casa tranquilli, perché aveva spiegato loro che le pagelle che contavano non erano quelle dei giornali, ma le sue, stilate non in base a una vittoria o una sconfitta, ma in base ad un arco di rendimento.
Beppe Bergomi, indimenticato difensore dell’Inter, ha dichiarato: “I nemici del calcio sono tanti: il male peggiore, il più pericoloso, è la mancanza di una cultura della sconfitta. Il mondo orbitante attorno al calcio rischia di soffocare questo gioco. Si passa con estrema facilità dall’esaltazione alla critica spietata: i toni sono troppo esasperati. In una sola stagione, con l’introduzione dei tre punti per la vittoria, sono stati esonerati 129 allenatori del calcio professionistico in Italia” .
La stessa cancellazione del “diritto di sbagliare” ha ridotto, nelle diverse specialità, la cura dei vivai, un’azione che richiede pazienza ed amore, lontani da una logica solo economica del tutto e subito che induce all’acquisizione di giovani atleti all’estero, con conseguenze a volte devastanti. L’attenzione ai vivai comporta anche concedere, appunto, agli atleti, specie ai più giovani, il diritto di sbagliare. Relativizzare l’errore, come il gesto di valore, potrebbe offrire allo sport ciò che si può sintetizzare in uno slogan, quello lanciato da Serse Cosmi: “Mettiamo allegria nei nostri palloni” .
Un gesto semplice, quasi simbolico di una cultura della sconfitta è rappresentato dal passare la palla. Negli sport di squadra le doti del singolo vengono maggiormente valorizzate quando si mettono a disposizione del gruppo ed il singolo non è mortificato, ma esaltato dalla fiducia dei compagni. Questa componente profondamente altruistica è contenuta ed espressa dall’arte di passare la palla. L’istinto parla il linguaggio del possesso: il passaggio riassume il sacrificare parte del proprio ego al servizio della comunità, nasce da una elaborazione culturale, come  testimoniato dalla storia stessa del calcio: in Inghilterra si giocava il dribbling game, disciplina in cui ogni giocatore doveva arrivare da solo in porta superando il maggior numero di avversari possibili. Il giocatore che non passa, in tutti gli sport, è, non solo storicamente, primitivo.
Dare il giusto peso alla vittoria è fondamentale, soprattutto rispetto alla natura: chi ha raggiunto obiettivi estremi raramente parla di conquista. Edmund Hillary, che 50 anni fa raggiunse la vetta dell’Everest, così ha sorprendentemente commentato le attenzioni che ancora gli sono rivolte oggi che è tornato a fare l’apicoltore in Nuova Zelanda: “Da quel mattino sono stato considerato un grande temerario. In effetti se guardo ai cinquant’anni trascorsi, arrivare in cima all’Everest mi sembra meno importante, in molti sensi, rispetto ad altre decisioni che ho preso nel corso del tempo, per migliorare la vita dei miei amici sherpa nel Nepal e proteggere la cultura e la bellezza dell’Himalaya” .
Situazione altrettanto particolare nel confronto con l’ambiente naturale è rappresentata dalla rinuncia ad una impresa: il tempo avverso, un imprevisto, le difficoltà di un compagno, sono all’ordine del giorno per chi va in montagna o per mare. Sostituire l’obiettivo stabilito con l’apertura mentale a nuove esperienze, può condurre al raggiungimento di sconosciute e rispettabili vette interiori.
E’ cultura della sconfitta variare la dieta sportiva televisiva del pubblico, non sovraccaricandola del monoalimento calcistico: potrebbe portare un guadagno in termini di relativizzazione del calcio e di scoperta della bellezza di altre discipline. Praticare in prima persona una certa disciplina o quantomeno assistervi in diretta, anziché con gli occhi della tv, può aiutare una percezione più diretta della fatica, dell’impegno richiesto e degli ostacoli oggettivi, nella prospettiva di una sana cultura dei limiti.
Un accenno, in conclusione, lo merita l’esperienza comune dell’impatto con il limite fisico: percepire il “no” del proprio corpo al conseguimento di un obiettivo fissato brucia profondamente. La suggestione di poter fare a meno del corpo, in quanto prigione dell’anima, intralcio, ostacolo da rimuovere nel proprio cammino, era già presente in Platone nel suo Fedone. Lo sport oggi si impone come cultura e civiltà del fisico: ma, ad uno sguardo più attento, la mancanza di una cultura del limite, l’imperativo del “no –limits” così diffuso, fa sì che l’attività sportiva imponga “la sottomissione del corpo al diktat della prestazione, all’imperativo del rendimento e dell’efficacia quantitativamente misurabili” , realizzando l’unico obiettivo oggi perseguibile: vincere, un obiettivo che, lo si può constatare, si trasferisce dal mondo dello sport alla realtà quotidiana con l’imposizione ad essere vincente in qualunque situazione come habitus indispensabile in una realtà sociale segnata dal raggiungimento della “prestazione”. Vivere secondo i canoni dello sport significa immergersi in una temporalità, quella sportiva, che vorrebbe offrire l’illusione di aver vinto persino il più grande dei limiti, la morte: se la storia non è stata in grado di guarire le civiltà dal male della morte, lo sport offre l’immortalità delle sue imprese, dando al presente sportivo un valore eterno.
La comprensione, l’accettazione, la valorizzazione, in ultima analisi l’amore del limite fisico si impone come sfida affascinante e, vorremmo dire,  indispensabile: essa non solo apre la possibilità di una condivisione con la natura e con gli altri della propria finitezza, ma dischiude la comprensione di una dimensione trascendente, questa sì davvero infinita, che abita in ciascuno. Il nulla ed il tutto, il finito e l’eterno, si incontrano, risolvendo nell’amore l’antitesi, volti di una unità che richiede la distinzione, e di una distinzione che invoca l’unità.

Paolo Crepaz

Medico e giornalista sportivo, presidente di Sportmeet

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