04.6.14

Relazione di Don Alessio Albertini

Don Alessio Albertini, assistente nazionale del Centro Sportivo Italiano, ente di promozione sportiva riconosciuto da Comitato Olimpico Italiano, che ha come sua specifica mission quella di educare attraverso lo sport.

La competizione nel contesto dell’esperienza sportiva offerta dagli enti di promozione sportiva

Come è vissuta la dimensione della competizione nella pratica sportiva, in generale negli enti di promozione ed in particolare, appunto, nel CSI, ente di ispirazione cristiana? Ci sono analogie, differenze, resistenze, criticità nel vivere la competizione in un contesto, quello degli enti di promozione sportiva, che per loro dichiarata natura mirano a promuovere lo sport, specie a livello giovanile, senza avere di mira principalmente il risultato e le medaglie?

Non è facilissimo dare una risposta, in un contesto come questo, perché Sportmeet è sempre un concentrato di riflessione e di idee straordinarie. Sono idee che vogliamo riuscire poi a tradurre in pratica, in un’esperienza concreta, sul campo, perché, e lo dico proprio da appassionato, possiamo fare tanti discorsi sullo sport, ma poi lo sport si vive sul campo, in palestra, con le persone reali, concrete, in carne ed ossa.

C’è un passaggio, straordinario, nella Evangeli Gaudium di papa Francesco, che riprende un pensiero del libro del Siracide che dice: “Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene e non privarti di una giornata felice”. Questo io credo deve essere l’obiettivo del nostro fare sport e di quello che vogliamo insegnare ad un ragazzo che viene a fare sport da noi. Anche come enti di promozione sportiva credo sia proprio questo l’obiettivo: trattare bene un ragazzo. L’abbiamo sentito anche nell’intervento di Berruto che lo sport fa bene alla salute; ma allo stesso tempo devi essere felice, devi provare un’esperienza gratificante, straordinaria. E la competizione fa parte dello sport, eccome se fa parte dello sport. Un giorno è venuta da me in parrocchia la mamma di un ragazzino non molto dotato dal punto di vista calcistico e mi ha detto: “Don Alessio, io vorrei iscrivere qui mio figlio perché voi in oratorio praticate lo sport educativo non agonistico.” Come se l’educazione andasse di pari passo con il non agonismo. Io ritengo invece che sia proprio il contrario, perché proprio perché c’è l’agonismo lo sport è educativo, proprio perché c’è un obiettivo da raggiungere allora puoi chiedere lo sforzo a qualcun altro, perché altrimenti, se non hai un obiettivo, sei come una nave senza timone. Il bambino, e chi è genitore potrebbe insegnarlo a me, che nel cuore della notte urla perché vuole il latte sta già vivendo una dimensione agonistica: ha un obiettivo e vuole che gli diano da mangiare e farà di tutto per farsi notare. Poi le dimensioni agonistiche, nella vita, sono sempre nuove e si moltiplicano. Anche Papa Francesco ha affermato che la vita ha una dimensione agonistica, quando in Brasile l’estate scorsa, incontrando i 2.000.000 di giovani sulla spiaggia di Copa Cabana ha detto loro che bisogna imparare a sudare la maglietta. Imparare a fare fatica per un obiettivo è uno dei concetti che ripete spesso ai giovani in varie circostanze: usa un termine tecnico “no balconear”, cioè non stare al balcone a guardare la vita, ma invece immergersi, buttarsi dentro, cercare dare peso alla propria esistenza, alla propria vita. Ecco perché io ritengo che non possa esistere uno sport educativo senza l’agonismo e che gli enti di promozione sportiva del quale faccio parte, in modo particolare il C.S.I., ma il discorso vale anche per gli altri enti di promozione sportiva, non possono pensare di fare il proprio dovere senza dare una dimensione agonistica al loro impegno, alla loro organizzazione. Purtroppo oggi parlare di agonismo significa parlare di vittoria assoluta: lo sport agonistico è quello che ha le medaglie, è quello che ha le coppe e, purtroppo, il pensiero che io non ho i mezzi per arrivare a vincere quella medaglia, o mi fa smettere o mi fa fare lo sport in un modo  squalificato e squalificante all’insegna del “tanto non vincerò mai…”. L’ente di promozione sportiva deve soprattutto insistere sul fatto che la cosa più importante è provarci, è provarci! Io credo che siano quattro le dimensioni dell’agonismo che dovrebbe portare avanti un ente di promozione sportiva. Anzitutto facendo in modo che sia riconosciuto il fatto che la persona vale più della struttura, che la vita di una persona ha valore al di là dei suoi risultati perché la persona vale molto di più. Quando un allenatore di un grande campione squalificato per doping scrive in un suo libro “se non vinci non sei nessuno” è chiaro poi che quell’atleta farà di tutto per essere qualcuno e per trovare una sua dimensione. No, invece, la tua vita vale più di una medaglia, la tua vita vale più di un’etichetta, la tua vita ha un valore estremo solo per il fatto che tu esisti e sei qui.

C’è una seconda dimensione ed è legata alla prima: proprio perché la tua vita vale più di una medaglia, devi essere capace di andare oltre quello che hai già raggiunto, perché ne hai le possibilità. Userei questo paradosso: dovresti imparare a passare dall’ospite inquieto all’amico importuno. L’ospite inquieto è il titolo di un libro di qualche tempo fa, scritto da un filosofo che afferma che la vita è nulla, che andiamo verso il nulla e quindi quello che stiamo vivendo non vale nulla. Chi ce lo fa fare? L’amico importuno è invece quello della parabola di Gesù che narra di una persona che nel cuore della notte va a bussare alla porta di un amico per ottenere cinque pani: questo si alzerà a darglieli più per la sua insistenza che per convinzione. Lo sport dice insegna che hai bisogno di insistere, hai bisogno di tempi lunghi, hai bisogno di pazienza e soprattutto di sacrificio per raggiungere certi obiettivi. Perché l’agonismo è quell’arma, è quel motore, è quell’energia che ti fa passare da quello che sei oggi a quello che puoi veramente essere. Questa è una dimensione importantissima.

L’agonismo, ancora, è la capacità di accettare la sconfitta: non tanto la capacità di cercare la vittoria, ma quella di accettare la sconfitta perché oggi a vincere sono tutti disposti e tutti sono schierati, pronti ad applaudire. Ma la grandezza di un uomo sta nella sua capacità di accettare una sconfitta e dire “posso riprovarci”. Un giorno ho chiesto a un maestro di judo perché se l’obiettivo nel judo è atterrare l’avversario, di schienarlo, la prima cosa che insegnate a un bambino sul tatami è cadere? E lui mi ha risposto perché: “che tu riesca a buttar giù un avversario non è sicuro, ma che l’avversario riesca a buttare giù te questo è certo e se cadi male non ti rialzi più. E non ritorni in combattimento se non impari ad accettare la sconfitta.” Quando ti chiuderanno la porta in faccia, quando avrai una delusione d’amore, quando ti sentirai dire dei no, sarai frustrato, ti sentirai incapace, ma soprattutto cercherai l’alibi e sarà sempre colpa di qualcun altro e non tua e tu non migliorerai mai. Accettare la sconfitta invece è riprovarci.

E poi, da ultimo, credo che l’agonismo offerto, proposto da un ente di promozione sportiva debba cominciare dalle periferie e non dal centro, dallo scarso e non dal campione. È facile concentrarsi su chi è già bravo e portarlo avanti: noi vogliamo andare a dare una possibilità a tutti quelli che non hanno ancora potuto mettersi in mostra, che non hanno avuto una gratificazione che li abbia fatti sentire importanti, per affermare che anche loro possono crescere, che lo sport è un diritto, non semplicemente perché scritto sulle carte  costituzionali di certi enti o di certi istituzioni, ma perché è vero, perché è un’opportunità per crescere. E lo è anche per te che non sei un campione, e voglio arrivare fino lì, lì dove nessuno andrà ad investire, lì dove nessuno è disposto a spendere soldi, ma soprattutto tempo. Ti è data una opportunità ed anche tu puoi crescere grazie allo sport. Piace pensare che papa Francesco è tifoso del San Lorenzo De Almagro, soprattutto perché è una società sportiva nata nelle periferie di Buenos Aires, su quelle strade dove un prete aveva raccolto quei ragazzi: così è nato il San Lorenzo De Almagro, partendo da quella periferia. Ed è  questo il tema così caro al papa.

Vorrei concludere con un augurio a ciascuno di voi, sia che lavoriate negli enti di promozione, sia nello sport ad alto livello per portare gli atleti all’olimpiade: che sappiate insegnare la grandezza dello sport. Chiudo con una leggenda che si tramanda dalala costruzione della cattedrale di Anversa: si dice che un pellegrino passando davanti a quella chiesa in costruzione, abbia visto gli operai al lavoro ed abbia chiesto ad uno di loro cosa stesse facendo. Questi rispose: “Non vedi? Mi sto spaccando la schiena?” Rivolse poi la stessa domanda ad un altro che gli rispose: “Mi sto guadagnando il pane quotidiano”. Fece la stessa domanda ad un terzo e questi, rivolgendogli uno sguardo luminoso e un sorriso raggiante, gli rispose” Non vedi? Sto costruendo una cattedrale”. Ecco l’augurio: quello che, accompagnando i vostri atleti in uno sport agonistico, vi rendiate conto che non state semplicemente costruendo un campione o una medaglia, ma una cattedrale, “la vita di quella persona”.

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