10.10.05

3 domande a Giuseppe Vercelli

Lei era accanto a Giorgio Rocca, uscito nella prima manche dello slalom alle Olimpiadi di Torino: l’atleta come ha vissuto quella sconfitta?

“Anziché rimanere chiuso in un hotel, è andato a bordo pista a vedere la seconda manche e festeggiare il vincitore della gara che lui avrebbe dovuto vincere. Un grande campione è anche un grande uomo. E’ bene però ricordare che nei comportamenti immediati viene in luce solo l’atteggiamento di autocontrollo, che, in parte, è apparenza: per gli atleti la realtà cambia di molto due o tre giorni dopo, quando prendono piena coscienza; è una reazione privata, di cui non si occupano i media, ma è quella che fa la differenza perché è lì che la delusione può trasformarsi o meno in energia per una nuova vittoria. Chi invece non ha un equilibrio tende a cercare capri espiatori. Tutto dipende dall’atleta, ma anche dall’ambiente in cui vive, dalla sua “ecologia”. Se ci troviamo in un ambiente amico, o ce lo siamo costruiti, di fronte qualsiasi evento sappiamo dove sta il nostro centro. Se viceversa vacilliamo.”

Vi definiscono i nuovi guru… Qual è in realtà il ruolo dello psicologo?

“A patto che tutto il resto sia stato allenato in modo corretto, si tratta di favorire l’espressione della genialità dell’atleta,la massima espressione delle risorse, la corrispondenza tra la potenzialità e la realizzazione in gara.
Il lavoro dello psicologo dello sport deve essere fatto anzitutto con molta umiltà, senza esaltazioni o spettacolarizzazioni, nel massimo silenzio. E rispettando una regola aurea: conferire la massima autonomia all’atleta. A volte si confonde il ruolo degli  psicologi con quello dei motivatori, le figure che vediamo urlare slogan durante la gara. Usano … una benzina speciale, ma la macchina rischia di fondere: nella costruzione della propria “sfera” possono far perdere sincronia e portare l’atleta in una dimensione illusoria, mentre sappiamo che la base della massima prestazione è la consapevolezza, l’unione fra mente e corpo. A livello giovanile invece, come stiamo facendo con Juventus University, il settore calcio giovanile  del club, e con altri sport, si tratta di sviluppare una mentalità vincente con l’idea di giocare divertendosi, soprattutto fino a 14 – 15 anni. Gli atleti che fanno questo percorso durano nel tempo. Le neuroscienze affermano che movimento uguale intelligenza, intesa come capacità di adattamento al nuovo.”

Il metodo utilizzato è una sua intuizione, frutto del lavoro di dieci anni del suo centro, con circa 700 sportivi professionisti. Può  illustrarcelo in estrema sintesi?

“Il metodo permette all’atleta di entrare in una propria “sfera”, un acronimo per la massima prestazione. Significa lavorare sui cinque fattori della prestazione di eccellenza. Il primo dei cinque fattori è la “s”, come “sincronia”, cioè la capacità essere presenti al momento che si sta vivendo. Il secondo sono i punti di “forza”: in allenamento vanno migliorati, in gara bisogna identificarsi solo quelli. “E” sta per “energia”, o meglio il suo dosaggio di questa forza, nel sottile confine fra il poco ed il troppo. Il quarto è il “ritmo”, la giusta eleganza e velocità di connessione fra i movimenti. Infine la “attivazione”, quel valore aggiunto che ti fa vivere con passione. La costruzione della propria “sfera” è diversa per ogni atleta.”

La pressione dei media, il tifo, gli incentivi economici come possono condizionare la prestazione?

“Possono incidere pesantemente, ma con una differenza: i campioni hanno due terzi di motivazione intrinseca, trovano soddisfazione in se stessi, e un terzo di motivazione estrinseca, nel successo e nel denaro. Chi ha più motivazione estrinseca è molto più permeabile a questi condizionamenti; chi invece ha molta più motivazione intrinseca sa addirittura reinterpretare a suo favore le suggestioni negative. Un campione si caratterizza per due aspetti: uno è la sistematica capacità di trasformare i limiti in possibilità, l’altro è quello di avere un interruttore di massima attivazione durante la gara, per disattivarsi una volta terminata.”

Vercelli ha raccolto questi concetti in un libro che sta avendo un grande successo Vincere con la mente. Che peso hanno oggi nello sport vittoria e sconfitta?

“Nonostante si parli di vincere con la mente è bene intendersi sul concetto: la mia vittoria è provare le migliori sensazioni possibili nel momento in cui svolgo la mia attività. Dopo possono anche arrivare podi e medaglie. Se questa nuova concezione della vittoria viene diffusa la valenza educativa dello sport è assicurata. I bambini non devono venir educati ad un concetto di vittoria vista come distruzione dell’altro e soprattutto di vittoria a tutti i costi, vista come fine supremo.
Riguardo al peso che hanno oggi nello sport vittoria e sconfitta vorrei mettere in evidenza che un contributo originale ed efficace viene da Sportmeet. Dallo studio che Sportmeet ha realizzato sulla “cultura della sconfitta” si sta sviluppando un vero e proprio modello di reinterpretazione della sconfitta, tanto che alcune squadre con le quali lavoriamo hanno già una precisa formazione in tal senso. Nel congresso scientifico promosso in occasione dell’apertura delle Universiadi a Torino Sportmeet è stata chiamata in causa anche per questo, oltre che per Sports4Peace, il progetto di educazione alla pace attraverso il gioco e lo sport.”

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