10.10.10

3 domande a Valerio Bianchini

I campioni dello sport come modello nella vita?
La parola a Valerio Bianchini, leggenda del basket, tra i relatori del prossimo congresso di Sportmeet.
Di campioni ne ha scoperti e gestiti tanti Valerio Bianchini, 40 anni di basket alle spalle, tre campionati vinti con tre squadre diverse, due coppe europee ed una intercontinentale per club, ex-allenatore della nazionale, ed una voglia inguaribile di studiare lo sport e ciò che lo circonda.
Valerio Bianchini sarà tra i relatori più auterevoli del prossimo congresso di Sportmeet, che si terrà a Castelgandolfo dall’8 al 10 Aprile 2011.

Ma i campioni dello sport meritano la qualifica di campioni nella vita?
«I campioni veri che ho conosciuto erano anche uomini veri: non persone che hanno avuto un’educazione per essere dei campioni. L’allenatore ha un compito fondamentale, che lo voglia o no: è un educatore. Deve porre gli atleti davanti al compito di essere un modello per i più giovani, come giocatore e come cittadino».

Esiste un itinerario per diventare un campione?
«Ti rispondo raccontandoti come mi sono avvicinato io allo sport: da ragazzo amavo Salgari e Verne: leggevo e sognavo. Poi un giorno mia madre mi portò all’oratorio: credo volesse farmi scoprire che esistevano anche gli altri. Trovai nello sport un mondo di interazione che non conoscevo e che la scuola non offriva. Scoprii la fatica, il dolore fisico, diverso da quello che potevo provare a casa e per il quale invece cercavo consolazione: lì serviva a diventare stoici, permetteva di far crescere un’identità di persona. Compresi che nel basket non bastavano i muscoli, occorreva saper riflettere e riflettere rapidamente. Così maturò una passione per lo sport, il primo vero amore della mia vita.
A basket si gioca in cinque, come le dita di una mano: ciascuna, da sola, ha poca forza, insieme si chiudono in un pugno e colpiscono con forza impensabile. La molteplicità è forza. E poi le regole, un libro scritto che indica lo spirito; ed un arbitro che le fa rispettare e che va rispettato perché, se lo rispetto, divento grande. E altre regole, che ti vengono dai compagni o dal coach: “Non guardare la palla quando palleggi perché così puoi guardare i compagni…”.

Quando lo sport è diventato una professione, un allenatore può ancora avere un ruolo di educatore?

«Dedicare allo sport la totalità del tempo porta gli atleti ad estraniarsi dal mondo: la responsabilità degli educatori è di non farli fuggire dalla realtà, ovvero dal fatto che il talento va coltivato ogni giorno, con costanza. Tutti ti chiedono di vincere, pubblico, allenatore, dirigenti, mass media, ma è un inganno: la vittoria è solo la conseguenza del fatto che sei bravo e la meta è dunque migliorare sempre. La vittoria è l’altra faccia della sconfitta e la sconfitta è lo stimolo più importante per favorire la ricerca di un miglioramento”.

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