09.29.12

Nuotando … controcorrente

La sfida di fare gruppo in uno sport individuale

Ho nuotato i 100 e i 200 metri farfalla e studiato ingegneria meccanica alla Technology University della Virginia, negli Stati Uniti.
Negli USA i migliori giovani sportivi, che gareggiano nella scuola superiore a livello dilettantistico, vengono selezionati per gareggiare a livello universitario, pedana di lancio per lo sport professionistico.
In tutti gli Stati Uniti le università competono le une con le altre per ottenere le prime posizioni nelle graduatorie sportive. Queste università favoriscono molto la pratica sportiva, ma al tempo stesso sono molto esigenti con gli atleti e finalizzano ogni cosa al risultato.
Io mi allenavo due volte al giorno per un totale di circa 5-6 ore, cercando di conciliare questo con le lezioni di ingegneria meccanica. Per le università è infatti molto importante che i loro atleti abbiano anche buoni risultati a scuola. In certe facoltà, come la mia, risulta estremamente difficile e occorre grande autodisciplina per riuscire bene sia negli studi che nello sport: ambedue richiedono molte ore di studio e di esercizio.
Le università negli USA, sia pubbliche che private, sono a pagamento e quelle che guadagnano i primi posti in classifica ricompensano i propri migliori studenti con sovvenzioni, borse di studio e aiuti finanziari. Ma crescono di pari passo le pretese sul piano della competizione sportiva e gli atleti a livello universitario vengono messi sotto la pressione di dover vincere. Questa pressione, questa “mentalità da vincente” che viene inculcato nelle università, è talmente sottolineata da danneggiare mentalmente alcuni atleti, o la loro relazione con i compagni di squadra. Per le università la sola molla che deve sostenere la pratica sportiva è la competizione. Per le università essere in cima alle classifiche competitive significa motivo d’orgoglio ma, soprattutto, buona o cattiva pubblicità e tale pubblicità è un grande mezzo per attrarre futuri studenti e atleti. Infatti è proprio lo sport la più grande sorgente di entrate per le università, dato che la gente paga per vedere molte delle gare universitarie.
Nonostante lo stress che gli sport universitari possono causare, ciò educa gli atleti studenti in un modo molto equilibrato perché li impegna a saper amministrare il loro tempo, a dare il meglio di sé, a lavorare con gli altri e ad avere molta disciplina. Ma tutto questo non manca certo di creare forti tensioni tra gli atleti.
Avvenne nel mio terzo anno di Università. Una delle regole della squadra di nuoto vietava agli atleti di potersi unire a qualche altra associazione, ovvero a gruppi di studenti che non praticano necessariamente dello sport e che si mettono insieme per dare feste notturne e bere insieme. Tre dei ragazzi che nuotavano assieme a me decisero di unirsi ad uno di questi gruppi. Dopo alcuni mesi il nostro allenatore scoprì la cosa e non ne fu affatto contento. Tutti e tre i ragazzi erano miei grandi amici. Facevamo sempre tutto insieme: nuotare, mangiare, andare alle lezioni, ecc. I ragazzi si trovarono in grossa difficoltà con l’allenatore e cercarono di trovare qualcuno cui dare la colpa di questo: fu così che un giorno vennero a casa mia accusandomi di aver detto all’allenatore che si erano messi in quel gruppo. Erano furiosi, puntavano il dito contro di me insultandomi in ogni modo. Sul momento cercai di amarli come meglio potevo, rendendomi conto che era inutile parlare con loro: non erano venuti per ascoltarmi. Se ne andarono ed io mi sentii profondamente ferito: fino ad un attimo prima erano miei buoni amici. La sera quando andai a letto mi sentii vuoto dentro e molto solo: così cominciai a piangere sul mio cuscino. Mi resi allora conto che l’unico amico che sarebbe stato sempre con me era Dio e nessun altro: provai una grande pace e gioia nel mio cuore.
Da quel giorno incontrare quei tre ragazzi fu molto difficile, ma ero deciso ad amarli al massimo delle mie possibilità. Cominciai a chiamarli per vedere come stavano, altre volte imprestai ad uno del denaro o ascoltai un altro che aveva dei problemi e tante altre piccole cose. Alla fine dell’anno, con mio grande stupore, quando la squadra dovette scegliere il capitano per l’anno seguente, scelse me.
L’interazione con gli altri è essenziale in molti sport ed il modo con cui un atleta stabilisce un rapporto con gli altri della squadra può produrre un grosso impatto sull’intero team,  portando tutti ad essere insieme come una cosa sola.

Felipe Leibholz
nuotatore agonista, Virginia Technology University  – USA

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