09.29.12

Andare per monti, in cerca di avventure interiori

Sesto salitore al mondo di tutti gli 8.000, naturalista, fotografo, Fausto De Stefani è un alpinista fuori dal coro

Sono passati più di trent’anni da quando ha cominciato, come ama dire, “ad andare per monti”. Ma l’approccio è sempre il medesimo: mettersi in gioco per capire il senso dell’esistenza, per sapere chi siamo, come si è fatti, se si può riuscire o meno. Vinte le sfide più estreme, oggi mette al primo posto la qualità dell’esperienza “forse perché mi sento più un naturalista che un alpinista: sono nato nella pianura, quella più piatta, verso le montagne mi ha spinto la curiosità di vedere quello che c’era più in alto”.

Che cosa, se non la curiosità, poteva crescere in lui e nei suoi fratelli nutriti, la sera attorno al fuoco, dagli avvincenti racconti di un nonno contadino? Grazie ad una straordinaria cultura che l’uomo si era fatto non si sa come, per anni aveva lasciato credere ai ragazzi di aver visitato, volando su una vecchia mongolfiera, paesi lontani e misteriosi, ghiacciai e deserti, fiumi e foreste. “Quando ebbi la fortuna di visitarli davvero, mi accorsi che erano proprio così come ce li aveva descritti lui, che da Castiglione dello Stiviere si era allontanato solo di quel tanto che si può fare in bicicletta.” Fausto, dalla sua famiglia contadina non ha solo ereditato fantasia e spirito d’avventura: “Non dimenticherò mai la figura di mio padre, curvo nell’orto, che si gira verso mia madre per dirle, in dialetto mantovano: ”Non ti sembra che siamo dei signori?” indicando la casetta, l’orto, il pollaio, qualche coniglio”.

Così, giorno dopo giorno, è cresciuta, in colui che sarebbe diventato uno dei più forti alpinisti al mondo, l’attenzione a saper cogliere i particolari, il gusto delle cose semplici, il richiamo ad uscire dai sentieri, la volontà di andare controcorrente per scoprire e vivere le cose a modo suo. Per questo ha rinunciato presto a fare l’artigiano (“non avevo il coraggio di chiedere i soldi a chi me li restava”), per questo non ha mai voluto fare la guida alpina (“è giusto chiedere denaro alla gente per accompagnarla sulle cime, ma io non ci riuscivo: per me già andare in montagna era una ricompensa”), per questo trovava banale salire l’Adamello o la Presanella raggiungendone le pendici in automobile: lui partiva a piedi da casa, dalla pianura, 10 giorni di cammino, per poter curiosare le rive dell’Adige, i campi ed i boschi, incurante dei commenti sarcastici, cui ribatte “Se lo fai in Himalaya si chiama trekking e sei alla moda”.

Fuori dal coro

Le rive del Po, verso le quali spesso parte a piedi senza precisa destinazione, sacco a pelo in spalla, saziano il suo spirito d’avventura così come le cime degli ottomila. “Mi attira cercare sempre un rapporto con gli elementi naturali: ieri ho fatto quattro ore di appostamento per poter fotografare l’upupa con il piccolo. Potevo provare le stesse emozioni arrampicando su qualche parete, ma occorre diversificare gli interessi, altrimenti si corrono i rischi, come in agraria, della monocultura. Ho conosciuto grandi alpinisti che avrebbero dovuto trarre abbondanti ricchezze dalle esperienze vissute, e che invece, invecchiando, non potendo più fare quell’unica cosa cui si sono dedicati e non avendo coltivato altri interessi, hanno finito per inacidirsi”.

Per scelta, da vent’anni, si dedica, mattinate intere, ai bambini più piccoli, a quelli della materna e delle prime classi delle elementari, insegnando loro semplicemente ad osservare le piante, i fiori, gli animali. Allo stesso modo incanta il figlio portandolo in cima al Monte Baldo, in pieno inverno, a camminare nella neve in una notte di luna piena ad ammirare il lago di Garda. Di certo ti sa stregare anche con la sua immagine: la barba, lunga, che incornicia un sorriso sempre misurato, gli occhi piccoli e profondi, le mani sempre in movimento, con quelle ultime dita ridotte a metà da un congelamento sull’Everest. “Non c’è una montagna che valga neppure una piccola parte del tuo corpo: è capitato perché ho commesso un errore, credendomi forte ed invulnerabile. La montagna mi ha ridimensionato: è giusto che sia così, in montagna come nella vita. Comunque arrampico ancora. Ricordo le parole dei medici, in sala operatoria, attutite dall’anestesia, che dicevano che avevo finito d’andare in montagna: non sapevano che la loro convinzione avrebbe scatenato in me un’incontenibile voglia di rivincita”.

La sua salita all’Everest è un po’ l’emblema del suo modo di intendere la montagna: avrebbe potuto scegliere la via normale, dal Nepal, guadagnando posizioni nella corsa a tutti gli 8.000, ma non voleva passare dove erano già passati in tanti. “L’importante non è salire tutti gli 8.000, ma come li fai, quale esperienza fai e non necessariamente a tutti i costi.” Aveva in mente la cresta nord è quella lo ha premiato, ma solo al quinto tentativo.
Nonostante l’incalzare delle domande, sembra quasi restio a parlare delle sue imprese sugli ottomila. Non per modestia, ma perché le mete per Fausto sono sempre state altre: su quelle cime non ha cercato la vetta, ha cercato di capire le sue paure, le sue contraddizioni, le sue ansie. E quelle non si raccontano a chiunque. Prende tempo: offre una ciotola piena di gustosissimi gamberetti di fiume, fritti, e versa del lambrusco di Sorbara, fresco. Poi riprende il racconto: “Sugli ottomila sono salito grazie all’affiatamento con Sergio Martini, che non è solo un alpinista straordinario, ma un grande sostenitore del rispetto di culture diverse e dell’ambiente naturale. Pur diversi è stata un intesa perfetta, la nostra. Chi ci vedeva ai campi base poteva pensare avessimo litigato: passavamo giorni interi senza parlare, tanto ci capivamo lo stesso. ”

Fermare l’alpinismo “colonialistico”

Contrario alle spedizioni commerciali, ha sempre vissuto la montagna in modo coerente alle sue idee, autofinanziandosi ogni spedizione, convinto che gli sponsor rendano schiavi. L’uomo mite si accende improvvisamente quando parla di cosa sono diventati oggi gli ottomila: un “divertimentificio”, un mercato spietato che ha scatenato una concorrenza malvagia fra gli sherpa a chi porta più peso, a chi è più veloce. Di nascosto, lo scorso anno, ne ha riunito un gruppo sotto l’Everest, incitandoli a darsi delle regole condivise, per reagire ad un turismo occidentale sempre più invadente. Una famosa birra ha offerto un premio di diverse migliaia di dollari a chi batte il record di velocità di salita sull’Everest, incurante che la gente del posto è disposta a morire (già sei finora!) pur di far star meglio le proprie famiglie. Fausto ne ha preso le difese, così come ha preso posizione in favore dei montanari dell’Afghanistan riaprendo per primo, con Mountain Wilderness, nel 2003, le salite il Monte Noshaq, con lo scopo di offrire lavoro, come portatori, a degli uomini che, dopo la guerra con i russi, sanno solo sparare e sono costretti a fare i mercenari. Fausto è in guerra anche con quello che definisce “alpinismo colonialistico”: “Mi aspettavo che il cinquantesimo della salita al K2 potesse essere l’occasione per riconoscere i meriti di Mahdi, l’hunza, il portatore pakistano che ha permesso quella salita. Allora gli fu data solo una medaglia, d’argento, nemmeno d’oro, ma quell’uomo vive in povertà da mezzo secolo perché ha avuto le dita congelate per quella notte passata a 8000 metri con Bonatti: di quei 2,3 milioni di euro spesi per celebrare il cinquantesimo delle glorie italiane si poteva destinarne almeno una piccola parte per risarcire la sua famiglia o per aiutare in qualche modo la sua gente”.

Cercare se stessi, quella è la cima

De Stefani, e altri, conducono la loro sfida ad un alpinismo prigioniero della mitizzazione, delle sfide estreme, dei superuomini: “Non sono queste le emozioni vere: l’alpinismo ha altre magie. Una di queste è quella di farci dimenticare le fatiche e le tribolazioni impegnate per la salita, lasciandoci la parte più nobile. Per questo continuiamo ad andarci. L’altra è che ci fa meditare maggiormente sulla autenticità della vita che conduciamo, mostrandoci i gusci dai quali vogliamo essere protetti rispetto alla vera voce del nostro intimo.”

Si irrita sentendo parlare di imprese o di conquiste. Si distende di nuovo solo quando torna a parlare dell’“andare per monti”: “Mio nonno diceva che per sentire il silenzio ci vogliono anni: la montagna è l’ultimo regno del silenzio, un luogo per grandi avventure, ma avventure interiori. Credo che in montagna, ma in generale in tutti gli ambienti che ci circondano, non ci sia niente da conquistare, né da sfidare. L’unica molla è quella di conoscere meglio noi stessi e devo dire che a me la montagna è servita tantissimo. Le emozioni non si misurano in base all’altezza, ma in base a quello che vogliamo vedere o ascoltare. Sarà così anche il giorno in cui dovrò accontentarmi di semplici sentieri, o magari solo di sognare”.

Molti gli chiedono se occorra proprio fare certe fatiche, compiere certe imprese per capire se stessi: “Qualcuno ha percorsi diversi, capisce prima, io ho dovuto salire pareti, incontrare gente, confrontarmi col silenzio. Perché continuo ad andare in montagna nonostante non ci siano più amici cui tenevo molto e che ora sono lì sepolti sulle montagne? Non è un’ulteriore sfida alle cime: ci sono altre motivazioni. Ho bisogno di spazi e di tempi in un mondo caotico che va di corsa. Ho mille dubbi e poche grandi certezze, cui cerco di aggrapparmi, la prima quella di voler dare un senso autentico alla vita.”

Emozioni indelebili

Alle sue spalle, sotto il tetto di una casetta di legno, le bandierine colorate, avvezze ai venti himalayani, consegnano alla brezza della campagna le preghiere buddiste. Il cinguettio degli uccelli sottolinea una lunga pausa di silenzio. Fausto socchiude i piccoli occhi scuri, in cerca delle parole più efficaci per confidare ciò che più gli sta a cuore: “Le emozioni provate in cima all’Everest, sulle cime più alte, ma anche su quelle più modeste, il tempo le cancellerà inesorabilmente, anche se si è cercato di ricamarle nella mente e nel racconto. Le uniche che rimangono indelebili nel tempo, anzi che si ravvivano più passano gli anni, sono le cose che fai per qualcuno che è stato meno fortunato di te. Ecco perché non riesco mai a scindere la montagna dall’ambiente, dalla realtà sociale che vi ruota attorno.” Il discorso ora punta dritto sulla scuola e il college di Kirtipur, periferia di Katmandu, in Nepal, alle quali De Stefani sta dedicando, da un paio d’anni, tutte le sue energie. Scorre fra le mani le foto di giovani volti nepalesi felici: sono 750 i bambini ed i ragazzi, senza mezzi e senza famiglia, ospitati nel college e formati nella scuola: “E’ diventato il mio obiettivo primario: in due anni sono riuscito a raccogliere quasi 250 mila euro, ma ritengo più importanti i 100 euro raccolti da una piccola scolaresca vendendo oggettini, sacrificandosi di persona, divenendo parte integrante del progetto, che i 20.000 euro donati da un istituto di credito. Intendiamoci bene: io non voglio risolvere proprio niente, ho solo fatto una promessa a quei bambini e voglio mantenerla! Se li deludessi, il primo sconfitto sarei io.

È una cosa più importante di tutte le montagne di questo mondo: non ho dedicato tanto impegno nemmeno quando dovevo chiedere qualche soldo per le mie spedizioni”. La vecchia scuola doveva essere abbattuta, non c’erano nemmeno i soldi per l’affitto e 180 ragazzi sarebbero finiti sulla strada: grazie all’aiuto di Fausto, e dei numerosi amici che ha coinvolto, oggi il sogno di riaprire la scuola si è realizzato. Secondo linee chiare da lui dettate: il progetto doveva rispettare lo stile nepalese, i materiali ed i lavoratori dovevano essere del posto, la gestione doveva essere loro, tutto doveva nascere lì, senza interventi dall’esterno. “Sono loro che decidono: io ho solo raccolto il denaro. Questo li ha motivati e i nepalesi sentono la scuola come propria ed è questo che la fa migliorare di anno in anno.” Con orgoglio commenta le foto: “Ho sempre sognato una scuola bella, luminosa, ricca di fiori, di stupende orchidee selvatiche, allegra. A chi mi critica dico che non ci sto che i bambini poveri debbano vivere nel brutto, tanto ci sono abituati, ma devono stare bene così capiscono che sono sulla strada giusta!”. La prossima tappa per De Stefani è quella di offrire ai 750 ragazzi un avviamento al lavoro come accompagnatori naturalistici “un lavoro che sfrutta a pieno la più grande risorsa che hanno, la natura, che restituisce loro dignità, perché permette loro di smettere di abbassare la testa facendo il facchino per gli occidentali. Voglio che si sentano orgogliosi di spiegare ai turisti la flora, la fauna, ma anche la storia del loro paese.”

Fausto, finalmente, sorride disteso: è arrivato dove voleva, a spiegare il suo sogno. Il sole è già alto sulla pianura padana: una stretta di mano, senza tante parole, basta per dirsi arrivederci.

testimonianza raccolta da Paolo Crepaz

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