02.21.15

Sport e cultura dell’unità

L’innovazione della cultura dell’unità riguardo alla

comprensione del fenomeno sport

Paolo Crepaz

 

Uno sguardo sullo sport di oggi

Alcune citazioni significative possono aiutare a comprendere cosa rappresenti oggi lo sport: «Lo sport è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna e la sua assenza non potrà mai essere compensata»[1](Pierre De Coubertin); «Lo sport, come la musica, è qualcosa di universale, qualcosa che è compreso in tutto il mondo, indipendentemente dalle differenze sociali, etniche o religiose. Non solo lo sport è universale, ma anche i suoi valori»[2] (Jacques Rogge – ex – presidente CIO); «Le potenzialità del fenomeno sportivo lo rendono strumento significativo per lo sviluppo globale della persona e fattore quanto mai utile per la costruzione di una società più a misura d’uomo»[3] (Giovanni Paolo II);  «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di ricongiungere le persone come poche altre cose. Ha il potere di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione»[4] (Nelson Mandela); “Lo sport consiste nel delegare al corpo alcune delle più elevate virtù dell’animo.”[5] (Jean Giraudoux).

Il fenomeno sport è una delle realtà più complesse, interessanti ed avvincenti del nostro tempo. Qualche numero: 800 milioni di praticanti, 5 milioni di società sportive; aderiscono al Comitato Olimpico Internazionale 205 federazioni nazionali, alla FIFA, organismo mondiale del calcio, 208, alle Nazioni Unite solo 192 nazioni.

La nostra epoca è segnata dall’invadente onnipresenza dello sport: lo sport è un rumore di fondo planetario, una musica secondo altri, che condiziona la percezione della realtà e di noi stessi. Lo sport va considerato come un nuovo tipo di antropomodellismo, un nuovo potere spirituale planetario. De Coubertin affermava che «La prima caratteristica dello sport olimpico antico come di quello moderno è di essere una religione»[6]. Lo sport si può definire una parodia mercantile di una religione universale: i suoi eventi sono un’assemblea planetaria, con tanto di pseudo liturgia.

“In un’epoca in cui è evidente la crisi delle ideologie, in cui è chiaro il ridimensionamento della militanza politica, e dove persino gli atteggiamenti religiosi soffrono di mancanza di prospettive, il calcio è la sola, grande religione praticabile. C’è in questo sport un aspetto finanziario, mediatico, pubblicitario, ma non sottovaluterei il suo lato liturgico.”[7] (Manuel Vasquez Montalban)

Il significato ed il ruolo dello sport

Il fenomeno sport può essere definito in vari modi, ma la sua accezione più completa è forse quella delineata dal Consiglio d’Europa a Rodi nel 1992: “Qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli.”

E quattro sono le dimensioni dello sport: agonistico, preventivo, educativo, ricreativo. “Oltre a migliorare la salute dei cittadini, ha una dimensione educativa e svolge un ruolo sociale, culturale e ricreativo.” (Libro bianco dello Sport 2007 – Commissione Europea)

“Lo sport ha una valenza straordinaria: permette che ci confrontiamo, anche in modo aggressivo, con aggressività orientata, canalizzata (in questo senso è educativo), contro un avversario singolo o una squadra, dentro certe regole, ed in tempo ben preciso, senza alcuna aggressività, né prima, né dopo. Lo sport insegna a vincere ed a perdere; è un fatto costante: nello sport sempre c’è un risultato chiaro, una ha vinto ed una ha perso, le due squadre possono aver giocato bene tutte e due, ma una ha vinto e l’altra no; accettare questo fin da giovanissimi è molto educativo.” (Julio Velasco)

Lo sport è un fenomeno planetario che merita straordinaria attenzione, anche critica.

“Lo sport è il nuovo potere spirituale planetario. Lo sport è del tutto estraneo ai valori che ostenta, ne è la negazione più assoluta. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità. Siamo tutti sotto trasfusione sportiva permanente.”[8] (Robert Redeker, filosofo francese)

“Lo sport sviluppa in massimo grado i due parametri più odiosi del sistema capitalista: una ricerca senza scrupoli del massimo profitto e un’ideologia fondata sul principio del super-uomo, della forza e della violenza. La sua invadente ed universale onnipresenza, è capace di colmare il vuoto normativo dei nostri giorni, con una “ideologia pansportiva”, dove lo sport è simulacro del contenuto dell’era del vuoto.”[9] (Patrick Vassort, sociologo francese)

“È sempre stata attribuita allo sport, in ogni epoca e soprattutto da ogni governo, un’importanza grandissima, per la buona ragione che lo sport intrattiene e obnubila e rimbecillisce le masse. Chi è per lo sport ha le masse al suo fianco, chi è per la cultura ha le masse contro, e per questo tutti i governi sono sempre per lo sport e contro la cultura.” (Thomas Bernhard, scrittore austriaco)

Allo sport si attribuiscono, anche a livello istituzionale, valenze e compiti inimmaginabili: perché?

Allo sport viene attribuita, citiamo, la capacità di sviluppare le relazioni sociali, di essere fattore di comprensione internazionale e strumento di pace, di essere “componente essenziale della nostra società” capace di trasmettere “tutte le regole fondamentali della vita sociale”e portatore di valori educativi fondamentali quali “tolleranza, spirito di squadra, lealtà”. Kofi Annan, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel tracciare un bilancio dell’Anno Internazionale dello Sport e dell’Educazione Fisica, promosso dall’ONU nel 2005, affermava: “Lo sport deve diventare uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del mondo”. Più recentemente il suo successore, il coreano Ban Ki-Moon ha ribadito: “Attraverso lo sport possiamo promuovere la pace, il dialogo e la riconciliazione.”

I motivi del successo dello sport nel tempo moderno

Sport e capitalismo sono indissolubilmente legati: verso il successo ad ogni costo. Lo sport moderno è nato e si è affermato in un contesto storico e sociale che premia la cultura del successo: ne deriva una visione dello sport che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche per gli interessi economici ad esso legati. In merito agli interessi economici è significativa l’affermazione del direttore della WADA, l’agenzia mondiale antidoping, David Howman, che nel suo ultimo rapporto ha affermato: «La malavita controlla scommesse e doping ed è implicata nel riciclaggio del denaro sporco e nella corruzione»[10]. Il filosofo Redeker dal canto suo, ha scritto: «Prosperando sulla morte della cultura, lo sport modella un prototipo di uomo, funzionale al capitalismo della globalizzazione tecnologica e dei mercati, che postula la depoliticizzazione dell’umano. Il tifoso si è sostituito al cittadino»[11]

            Lo sport riflesso della società o la società riflesso dello sport? L’idolo sportivo oggi non rispecchia lo stile di vita di un popolo, come un tempo gli eroi di Olimpia raffiguravano l’uomo migliore, ma, al contrario, tende ad imporre il proprio modello a tutte le altre persone, effigie di uno stile di vita planetario. Come si veste, come si muove, che abiti indossa, tutto diviene fenomeno cult. Il calendario è, di norma, espressione di una cultura, di una storia, di una geografia: quello sportivo li polverizza, è universale, incurva il tempo, è ripetitivo e vuoto, annulla il passato e non ha futuro concentrando e bruciando tutto nel “presentismo”: i campioni creati dallo sport non invecchiano, e quindi non hanno un passato, e non muoiono mai, e quindi non hanno un futuro. Anche lo spazio, al pari del tempo, è annullato: il mondo appare come una grande palestra dove fare ginnastica e tenersi in forma, sotto la pressione della civiltà del divertimento, delle industrie ad esso collegate e della ideologia pansportiva, dell’ebbrezza ludica.

Il corpo nello sport è al servizio del consumismo. Socrateaffermava: «Non mi risulta che un corpo in buona forma possa rendere buona l’anima in grazia della propria virtù: viceversa, un’anima buona, per la sua stessa virtù, può perfezionare il corpo in misura straordinaria»[12]. Lo sport cerca di apparire come la cultura del fisico: il corpo è in realtà sottomesso al diktat della prestazione, all’imperativo del rendimento e dell’efficacia quantitativamente misurabile. Per fare questo si ricorre ad ogni mezzo, biologico, meccanico, chimico. In una cultura del più forte, il doping è una via di fuga dal peculiare fascino della pratica sportiva che si nutre proprio del limite e della possibilità sempre esistente di sorpassarlo, per raggiungere nuove mete e nuovi equilibri.

Il gioco, radice dello sport

Perché lo sport affascina ed attrae così tanto?

“C’è un circolo virtuoso nello sport: più ti diverti più ti alleni; più ti alleni più migliori; più migliori più ti diverti.” (Pancho Gonzales, uno dei più grandi tennisti degli anni ’50 e ’60)

“Troviamo sollievo nello sport proprio perché non ha senso: perché il suo dramma è espresso in numeri, e i numeri non contengono alcun peso morale.” (Martin Langford, poeta)

“Quando apro il giornale, leggo sempre le pagine dedicate allo sport. Vi si parla infatti delle imprese compiute da uomini e donne, e delle loro vittorie. Mentre la prima pagina parla, in genere, dei loro fallimenti.” (Earl Warren, giudice)

E non può essere solo che “Il rugby è il miglior modo per tenere trenta energumeni lontano dal centro della città durante il fine settimana.” come affermava Oscar Wilde

            In realtà lo sport è affascinante perché alla sua radice vi è il gioco, ovvero quell’esperienza unica e straordinaria che è nel DNA dell’essere umano. A Roger Callois va il merito della più efficace e condivisa classificazione dei giochi: agon (competizione), alea (fortuna), mimicry (ruolo), ilinx (vertigine). Secondo Callois il gioco è un’attività libera (a cui il giocatore non può essere obbligato), separata (circoscritta in spazio e tempo), incerta (svolgimento e risultati non sono predeterminabili), improduttiva (è attività intrinseca, non crea beni, né ricchezza, salvo lo spostamento interno di una posta), regolata (da convenzioni che instaurano un ordine specifico valido solo per quella realtà e che sospendono le leggi ordinarie), fittizia (basata sulla consapevolezza di una diversa realtà rispetto alla vita ordinaria)

La manifestazione ritualizzata e modificata di un gioco è lo sport, ovvero un “gioco locomotorio (diverso dai giochi simbolici, logici, di fortuna o linguistici) ad orientamento motivazionale intrinseco” (estrinseco: denaro, visibilità, approvazione sociale…), ovvero che ricerca gratificazioni interne all’individuo come sentirsi capaci, competenti, in grado di affrontare la realtà.      Il gioco intrinseco permette di perseguire due obiettivi fondamentali (vitali per la personalità): lo sviluppo delle competenze di controllo psicomotorio ed emotivo dell’individuo (vittorie, medaglie e soldi vengono dopo).

Alcune discipline si “giocano” (calcio, pallavolo, rugby…), altre si praticano, eppure le prime hanno regole come le altre. Per le prime la dimensione ludica è dovuta al fatto che sono di squadra? No, perché si “gioca” a tennis. La ragione è che sono “giochi” quelli che si praticano con la palla: all’agon (competizione) si aggiunge, grazie alla palla, un elemento di aleatorietà (giochi di alea sono quelli in cui il successo è affidato al caso), ovvero la palla ha in sé qualcosa di aleatorio che non contraddice l’agon, ma vi porta un valore aggiunto sul piano squisitamente ludico. Di qui (oltre alla spinta mediatica) il successo del calcio: la palla è un catalizzatore del gioco perché animare un oggetto conferisce all’agon un elemento di leggerezza che rende meno amara la sconfitta e minimizza i limiti imposti dalle proprie capacità

            Il gioco e lo sport sono contesto privilegiato di osservazione del mondo di oggi e al tempo stesso “laboratorio” di sperimentazione di valori, significati, aspirazioni, di innovazione e creatività: “Si può scoprire di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione” (Platone)

L’innovazione nello sport

Qual è il motore principale dell’innovazione nello sport? Nello sport di alta prestazione, stanno enormemente contribuendo alla sua continua evoluzione, l’innovazione tecnologica (bolidi di Formula Uno, sci, biciclette…), l’impatto economico dell’impresa sportiva (introiti) e il peso dei mass – media (con il successo mediatico arrivano i contratti degli sponsor) che sono arrivati, ad esempio, a cambiare, secondo le proprie esigenze, le regole dello sport e persino, per esigenze sempre di immagine, a pagare tifosi reclutati in Spagna per sostenere la nazionale di pallamano del Qatar o a pagare come tifosi dei lavoratori stranieri (sono 3 milioni, dieci per ogni abitante) affinché gli spalti non appaiano vuoti. I beni estrinseci hanno oggi nello sport una valenza superiore ai beni intrinseci. Una delle conseguenze negative è il diffondersi di ogni forma di truffa (doping, scommesse, partite truccate…).

Formidabile, nel farci comprendere il peso non indifferente di questa contraddizione fra la bellezza del gioco ed il peso degli interessi economici, è Eduardo Galeano. Nel suo volume “Splendori e miserie del calcio” così descrive il calcio: “La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e forza, che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio. Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà”.[13]

Il pallone è l’emblema del gioco, al punto che Dorothee Solle, sociologa e teologa tedesca, così ha espresso, in maniera efficace, la ricerca della felicità: “Come spiegherei a un bambino che cosa è la felicità? Non glielo spiegherei: gli darei un pallone per farlo giocare”

Nonostante il peso degli interessi economici, della tecnologia e dei mass – media, la spinta più profonda, specifica, efficace dell’innovazione nello sport, sta nella continua, inesauribile, appassionata ricerca di migliorare la propria prestazione.

La cultura dell’unità e lo sport

Gioco, attività motoria e sportiva sono ambiti in cui la persona “interpreta” un ruolo, si pone in un presente (la partita, la corsa, la sfida con se stesso, con il cronometro o con gli altri) in cui mette in gioco se stesso, in cui pone in discussione, in uno spazio ed in un tempo definiti, la propria identità.

Sta a chi gioca, a chi fa sport, e, parallelamente, a chi educa attraverso lo sport, saper e voler cogliere ciò che si muove, di pari passo e grazie a muscoli ed articolazioni, dentro di noi, attorno a noi, fra noi. Collocati nel fisico, sta a noi porci, o meno, domande su ciò che stiamo facendo, sulla cultura che stiamo incarnando o promuovendo, su ciò che nell’uomo vi è di più profondo. Lo sport è un tramite, per il mezzo della dimensione corporea, di incontro con se stessi, con gli altri, con la natura. Lo sport pone sulla soglia, apre una finestra alla relazione. “Sia che io giochi con un’altra persona o da solo, si verifica una reciproca interazione. Sono io il protagonista del gioco, ma il risultato del gioco mi sorprende. Nel gioco ricevo un nuovo me stesso.” Spiegava, assai efficacemente, Klaus Hemmerle, vescovo tedesco, fondatore con Chiara Lubich della Scuola Abbà, il centro studi del Movimento dei Focolari.

“L’importante non è vincere, ma partecipare”, la famosa frase di De Coubertin così spesso male interpretata, assume qui il suo significato più alto: l’essenza della pratica sportiva è la “partecipazione”, non il vincere, la disponibilità a mettersi in gioco, prima ancora che raggiungere un successo assoluto. “Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla.” (Pierre de Coubertin)

“L’altro siamo noi”[14] affermava con coraggio lo scrittore Ryszard Kapuściński e Sant’Agostino scrisse: «Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stesse senza meravigliarsi»[15] E Mauro Magatti, illuminato sociologo italiano, ha precisato che sperare in un cambiamento sociale è possibile: “«A condizione che gli attori sociali guardino in faccia la realtà ed esercitino fino in fondo la loro capacità di azione, che è poi quella di modificare il corso degli eventi a partire da nuovi investimenti nelle relazioni e nei legami, intesi come elementi essenziali per costruire un nuovo capitale sociale»[16].

Lo sport è fertile nell’offrire percorsi significativi di come la realtà, quella sportiva e non solo, possa essere trasformata e rinnovata dalla reciprocità. Il rubgy, ad esempio, ne dà ricorrenti testimonianze: «Il gesto del passare all’indietro fa dell’umiltà una virtù strategica. Infatti una regola universale, che nel rugby si apprende subito, è “se non passi, se non fai partecipare gli altri, il gioco non funziona”. La palla, come la vita, non è fatta per essere trattenuta. Occorre mettere in circolo i talenti, per farli fruttare. Detto altrimenti: per avere, si deve dare.[17]»

E’ questa la l’innovazione che può venire dalla cultura dell’unità. Sportmeet, la rete mondiale di sportivi impegnati a contribuire alla crescita della cultura della fraternità nello sport ed attraverso lo sport, co-organizzatore di questa Winter School, è già un germoglio di idee e di testimonianze, per due motivi: a) l’internazionalità che fa respirare noi italiani fuori dal contesto sportivo tutto italiano di basso livello culturale e di basso investimento sullo sport b) l’interdisciplinarietà: fanno parte delle rete di Sportmeet figure sportive estremamente diverse per competenza e per interesse. Il contributo innovativo non sta in eventi o episodi, comunque importanti nello sport dove teoria e pratica non possono non camminare parallele, ma nei cambiamenti culturali. Eccone qualche linea:

−     competenza (lo “zoccolo duro”, offerto dalla cultura dello sport, è l’80 per cento ed occorre innestarsi su ogni contributo culturale significativo e positivo preesistente)

−     curiosità senza fine: non cedere al “si è sempre fatto così”, ma sperimentare, senza il timore di sbagliare; rubare idee da tutti

−     ricominciare: perché i bambini imparano prima e meglio degli adulti, ad esempio ad usare il pc? Perché quando leggono “errore”, capiscono “prova in un altro modo” e provano; noi adulti quando leggiamo “errore”, capiamo “sei un idiota” e consideriamo l’errore come una dimostrazione di incapacità e fatichiamo a considerare l’errore come parte di un percorso imprescindibile per imparare; per questo un adulto fatica a sentirsi dire che ha fatto un errore perché per lui è come sentirsi dire che non è capace. Mentre guarda e si gusta un video di una partita in cui ha vinto ed è stato bravo, a qualche chilometro di distanza c’è qualcuno che sta guardando quel video per migliorare. Occorre riguardare quella partita come se l’avessimo persa, rompere il meccanismo di difesa che non ci permette di migliorare

−     l’apertura culturale dà un contributo non trascurabile: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio” ha affermato Josè Mourinho, rifacendosi a quanto affermato da Ippocrate, padre della medicina, 400 anni avanti Cristo: “Chi sa solo di medicina, non sa niente di medicina”

−     ottimismo: credere in quello che si fa e soprattutto, oggi, credere in quello che si può fare “insieme”

−     saper offrire metodi pedagogici didattici che permettono di avere feedback positivi in tempi brevi (creare la possibilità di vedere anche minimi risultati positivi appena si è appreso un metodo o un percorso nuovo e non dopo un anno)

−     recupero della dimensione del saper fare e del fare, senza alibi

−     individuare contesti abbordabili, luoghi ideali di sperimentazione: una società sportiva, un quartiere, la città

−     il tutto sullo sfondo di una visione antropologica alta

“Oltrepassare sempre ogni limite. Assumere sempre e per abito preso la fraternità universale” affermava, molto profeticamente, Chiara Lubich.

Il fascino dello sport sta dunque nel far sognare la gente, nel mostrare a noi un capolavoro, come l’arte; lo sport è bellezza, è utopia: cos’è l’utopia e cosa serve? E’ ancora Eduardo Galeano a darci un’efficace definizione di utopia: “L’utopia è là, all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve l’utopia? Serve a questo: a camminare.”

In conclusione, lo sport ci ricorda che “La vita è molto più che un gioco e giocare è un bel modo, divertente ed appassionante, per imparare a viverla sul serio.”[18]

 


[1]              Libro bianco sullo sport della Commissione Europea, Rivista di diritto ed economia dello sport Vol. III, Fasc. 2, 2007, Pag.1; o www.Rdes.It/RDES_2_07_Libro_Bianco_Sport.Pdf

[2]              http://www.aces-europa.eu

[3]              Giubileo degli sportivi – Udienza di Giovanni Paolo II ai partecipanti al convegno internazionale “Nel tempo del giubileo:il volto e l’anima dello sport”- Roma, 28 ottobre 2000

[4]              http://fondazionelaureus.it/

[5]              J. Giradoux, Lo sport, 1924

[6]              P. De Coubertin, LIdée olympique (1935), Stuttgart 1967. Cit. in Jean-Marie Brohm e Michel Caillat, Le Dessous de lolympisme, Paris 1984, p.146.

[7]    M.V. Montalban, Calcio, una religione alla ricerca del suo Dio, Frassinelli, 1998

[8]    R. Redeker, Lo sport contro l’uomo, trad. it. Città Aperta Edizioni, Troina (EN), 2003, p. 12

[9]    P. Vassort, La cloaca mafiosa del calcio globale, Le monde diplomatique, Paris, 2002

[10]            La Gazzetta dello sport 17.03.2011 p.36

[11]            R. Redeker, op. cit. quarta di copertina

[12]              Platone, Repubblica, III, 403 D, in Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano 1991, p. 1147.

[13]          E. Galeano, Splendori e miserie del calcio, Sperling&Kupfer, Milano, 1997, p. 2

[14]            E. Bianchi, L’altro siamo noi, Giulio Einaudi Editore, Milano, 2010 p.6

[15]            http://it.wikiquote.org/wiki/Agostino d’Ippona

[16]             Z. Bauman, Fiducia e paura nella città, Bruno Mondadori, Milano, 2005, p. XV

[17]            M. e M. Bergamasco, Andare avanti, guardando indietro, Ponte alle grazie, Milano, 2011

[18]  M. e M. Bergamasco, Andare avanti, guardando indietro, Ponte alle grazie, Milano, 2011

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