09.29.12

Che fortuna fare uno sport non professionistico

A colloquio con Ippolito Sanfratello, oro olimpico a Torino nella staffetta del pattinaggio velocità

Un anno fa, con Enrico Fabris e Matteo Anesi, Ippolito Sanfratello ha scritto una delle pagine più belle delle Olimpiadi di Torino: “Quella medaglia non ha cambiato la mia vita, semmai mi ha dato stimoli a fare tutto con passione e mi ha fatto capire che i sacrifici servono a qualcosa.”

Appesi al chiodo i pattini da ghiaccio, oggi Ippolito lavora come product manager in un’azienda di roller, ed è commissario tecnico di tutte le squadre nazionali di pattinaggio a rotelle. Lo incontriamo al Centro CONI dell’Acquacetosa dove ha appena concluso un momento di formazione. Il sorriso è sempre quello genuino che ha incantato il pubblico del PalaOval ai Giochi: “Una cosa è cambiata: ora le persone vedono in me, in noi, dei punti di riferimento da ascoltare, da imitare. Una medaglia ti attribuisce improvvisamente il potere di comunicare: è una grossa responsabilità. Vado nelle scuole a parlare e mi rendo conto che quello che ho fatto, quello che dico può influenzare tanti ragazzi.” Cosa comunichi loro? “Li invito a mettersi in gioco, a non avere paura, a credere ai valori, all’impegno, a collaborare con le persone che li possono aiutare: prima o poi i risultati arrivano, nello sport come nella vita. Spiego loro che non devono vergognarsi di andarsi ad allenare di fronte agli amici che vanno a divertirsi. Se allenarsi, se fare fatica per un obiettivo vuol dire essere diversi dagli altri, allora sono orgoglioso di essere stato e di essere … diverso!”

Di questa tenacia e di questo orgoglio Ippolito può andare fiero: a 29 anni, dopo aver vinto tutto con i pattini a rotelle (8 solo i titoli mondiali), una laurea in economia in mano, un lavoro in un’azienda come product manager, poteva considerare chiusa la sua parabola di atleta. Invece: “Cinque anni fa, vidi in televisione il mio avversario di sempre sulle rotelle, l’americano Parra, conquistare una medaglia olimpica nel pattinaggio su ghiaccio a Salt Lake City: d’improvviso decisi di dare una svolta ulteriore alla mia vita, decisi che volevo anch’io provare quell’emozione. Ero fermo da due anni e dovevo imparare da zero a pattinare sul ghiaccio, dove il gesto è molto diverso, più tecnico. Ho dovuto decidere di lasciare il lavoro per allenarmi, e di rubare tempo agli affetti, famiglia e fidanzata. Mi hanno aiutato molto tutti: partecipare alle Olimpiadi è stato perciò il coronamento di un sogno condiviso. Già mettere piede nel villaggio olimpico è stato realizzare uno degli obiettivi più importanti che io potessi pormi: tre anni prima ero un ex-atleta, non sapevo nemmeno cosa fosse il ghiaccio, lavoravo dietro una scrivania.”

Diversi risultati positivi lasciavano presagire una possibile medaglia proprio in staffetta, eppure: “Nel vincere quella medaglia ho avuto provato la sensazione di essere entrato in una cosa più grande di me, inimmaginabile. Gli ultimi trenta metri di gara, consapevoli di essere davanti agli avversari, sono stati l’emblema di questa impresa: in quei metri, nelle migliaia di persone che ci sostenevano, ho immaginato gli sguardi dei miei genitori, dei miei fratelli, della fidanzata. E che emozione sentirsi poi chiamare per nome da persone che fino a poco prima non sapevano nemmeno chi fossi. Il mattino dopo, molto presto, siamo entrati come ragazzini curiosi nell’edicola tutta vetri del villaggio a leggere quello che i giornali avevano scritto su di noi: alzando lo sguardo ci siamo accorti che decine e decine di persone si schiacciavano contro i vetri per salutarci. E’ stata la conferma che davvero avevamo vinto noi.”
Cosa hai imparato dalle sconfitte? “È molto più facile trovare uno stimolo dopo una sconfitta che dopo una vittoria: la sconfitta ti fa tornare sulla terra quando pensi di essere imbattibile, ti da nuovi stimoli per superare i tuoi limiti. Gli atleti sanno che se perdono è perchè l’avversario ha fatto più di loro, ma chi ruota attorno allo sport, come gli sponsor, i mass media, non ha questa cultura e non accetta la sconfitta.”

Oggi, grazie alla sua laurea, Ippolito ha un lavoro e a fine marzo potrà sposarsi: “Conciliare studio e sport è stata per me una tappa fondamentale: lo studio mi ha aiutato a trovare la concentrazione nello sport, ad applicare un metodo per raggiungere un obiettivo che fosse una gara o un esame. L’allenamento mi ha aiutato ad affrontare le difficoltà nello studio per dare il meglio di me. Sport e studio si possono conciliare: chi dice che smette perché non trova il tempo per studiare o viceversa vuol dire che gli manca qualche motivazione, qualche stimolo per fare le due cose.”

Ippolito è di Piacenza e la sua medaglia olimpica è arrivata in città 50 anni dopo quella di Pietro Dordoni, oro nella marcia ad Helsinky: “Lui è sempre stato un mito per me e sono orgoglioso che mio padre abbia marciato con lui. Vincere dopo 50 anni mi ha fatto un immenso piacere, basterebbe questo paragone per farmi felice.” Con Dordoni lo accomuna uno sport fatto di sacrifici: “Ho avuto la fortuna di fare uno sport non professionistico, ovvero quello sport in cui i veri valori dello sport ci sono ancora, in cui la medaglia è lo stimolo che ha spinto noi a fare tutti quei sacrifici. Nel mio sport questo è ancora realizzabile, come in tutti gli altri sport fatti a livello dilettantistico, senza mettere i soldi come priorità.”

testimonianza raccolta da Paolo Crepaz

SPORTMEET for a United World

Via Frascati, 306 - 00040 Rocca di Papa (Roma) - Italia - tel. +39 06 945407216 - fax +39 06 9412080 - info@sportmeet.org