09.29.12

Dove il buio è buio e l’alba è l’alba

 

Brevi ricordi di due compagni di cordata

Sicuramente le grandi avventure mozzafiato, i resoconti meravigliosi dei grandi miti dell’alpinismo, i nuovi ironman che raccontano (sponsorizzati) in diretta su Internet le emozioni o tragedie dagli 8000 Himalayani, non si avvicinano per nulla alle nostre modeste, semplici, normali scalate in montagna. Perciò molto più difficili da raccontare.  Per noi sono momenti speciali, intensi. Ci si lega, e non solo con la corda, si vive un’esperienza che non è esercizio fisico, esibizione o sfida. Certo, sicuramente c’è anche un po’ di queste cose, ma molto, molto di più.

Senza prenderci troppo sul serio possiamo chiamarla “esperienza spirituale con intenso uso dei sensi”.
Lagazuoi, Alta Val Badia, “via del tetto”.
«Hai visto quei due? Ognuno ha una minuscola ricetrasmittente  sullo spallaccio dello zaino!». Girando di poco la testa i due si parlano. Sono americani e parlottano in quella lingua che per anni studiamo a scuola e che poi quando dobbiamo usarla, non-sappiamo-come-si-dice.

Noi due, che siamo all’antica, facciamo così: lui dalla sosta urla: «dammi cordaaaa», io dall’altra sosta, 50 metri più in basso: «recupera cordaaa». Che poi è la stessa cosa, ma in tanti casi non ci sentiamo! All’antica. Ad un certo punto mi sporgo da un grosso masso a sinistra, invece che a destra. Miracolo della propagazione sonora: mi sente perfettamente.

“Tecnica, tecnica, oltre che atrofizzarci l’iniziativa ci togli tutti i gusti”. Un bell’urlo «Cordaaaa», un bel freddo, un bel caldo, una bella stancata….. altro che l’ascensore per “scendere due piani!!!”. Bene. Andare in montagna comporta anche questo, riprendersi un po’ di quel che di umano molte volte la modernità ci ha tolto: la sofferenza e la gioia.

Avevamo dormito nel bivacco Rainetto, nel massiccio del Monte Bianco, dormito?! Come si dorme in un bivacco. Ci siamo alzati che era ancora buio e, dopo una succulenta colazione, con la mal nascosta eccitazione di ogni partenza, siamo usciti.  Abbiamo subito acceso le lampade frontali perché il buio in certi posti è “buio” e,   calzati i ramponi, siamo partiti.
Giunti al luogo dove avremmo dovuto calarci, per risalire su un altro ghiacciaio, abbiamo iniziato a cercare il punto migliore. I nostri due fasci di luce illuminano debolmente pochi metri, è un misto di ghiaccio, neve e rocce.
«Non continuiamo» «Va bene»
In questi posti non si tengono lunghe conferenze. Abbiamo raggiunto la vicina cima della montagna su cui eravamo ed abbiamo atteso l’alba ormai prossima. A quell’altitudine l’alba è “l’alba”. Maestosa, imponente. Prima si illuminano le cime più alte, e poi giù, fino in fondo, le valli.  Nella magnificenza, tipica della natura, i colori si susseguono, si rincorrono, si fondono tra loro, finendo l’ouverture in un’esplosione di luce.  Nei pochi millimetri delle mie pupille entra uno spettacolo che spazia per centinaia di chilometri e, (ma come fa?), entra identico anche nelle pupille del mio compagno.
Impressionando sulla pellicola fotografica i mutamenti della scena che si evolve velocemente, vediamo in lontananza il Cervino. Il cielo è tutto sereno, solo sul Cervino c’è una nuvola nera. Esplode la tempesta con lampi e fulmini, un piccolo finimondo in mezzo ad un mare di quiete. Finito il meraviglioso show torniamo giù.

Certo, l’alba è stata bella, ma non è questa l’esperienza più vera di quel giorno. Aver rinunciato insieme, riconosciuto apertamente che ci siamo fermati, cambiato il programma, studiato e sognato.
La via è tutta su roccia, dolomia, un incanto. Come sempre, arrampichiamo alternandoci nel salire da primo di cordata. A metà parete, appena partito da una sosta dentro una nicchia, una novità piomba inaspettata: «E se non riesco?». Non era mai successo. Le dita con cui mi tengo, le gambe, tutto il corpo chiede, anche se la domanda parte chiaramente dalla mente.  D’accordo, mi ero allenato poco, ma non è questo il pensiero principale. Intanto il mio compagno è lì, a pochi metri, facendomi sicurezza con la corda, gli occhi e brevi parole.  E aspetta.  Quei brevi attimi creano un’infinità di collegamenti elettrici nel cervello, e poi ricordi infantili, archetipi che si materializzano, adrenalina.

Riparto. Altro che scalata! Un contatto affettuoso con la roccia, un abbraccio confidente alla montagna, quasi una danza in verticale. Alla sosta,  quando mi raggiunge, penso di aver detto al mio compagno: «ho avuto paura, poi ho scalato splendidamente», e lui: «ho visto».  Forse ho rappresentato, con l’aiuto della natura, quel che accade anche quando la parete non è di roccia. Indispensabile ricordarsi di non essere soli.

E diciamolo: “ma quando mai ci fidiamo completamente di un’altra persona? A tal punto di mettere la propria vita nelle sue mani?”. C’è un’esperienza particolare, che poi provano tantissime persone, ed è quella di legarsi in cordata. Fino a quando non si prova è impensabile capirla a fondo.

La corda, lunga circa 60 metri, unisce due o più scalatori.  Si lega in vita ad una cintura con cosciali detta “imbracatura” ed è, da quando è nato l’alpinismo, il mezzo per non precipitare in caso di caduta. Si utilizza su qualsiasi terreno: su ghiacciaio, parete di roccia, arrampicando su cascate di ghiaccio, su una breve falesia in riva al mare. Quando salgo il mio compagno mi assicura, lo assicuro io quando sale lui.

“Mi sta seguendo con lo sguardo?”, “mi da troppa corda? O troppo poca?”, “è concentrato?”, “la manovra che sta facendo con l’attrezzatura è giusta?”. Ora non lo vedo, e dopo lui non vedrà me, troppi metri ci dividono prima di riunirci.
Me lo chiedo sempre quando arrampico: “nella vita quotidiana riesco a immedesimarmi completamente nell’altro? E l’altro? Lo rassicuro a tal punto che si fida e si mette nelle mie mani?”. Naturalmente per situazioni importanti, non per bazzecole. “Riesco a sentirmi così legato da essere completamente preso da ciò che l’altro vive?”. Attenderlo, sostenerlo, seguire la sua andatura, avvertirlo, consigliarlo, rifocillarlo, complimentarmi con lui.

Quante cose insegna una semplice corda legata in vita.
Incontri provvidenziali. Quante persone abbiamo incontrato su ghiacciai, pareti, rifugi o bivacchi?  Tante persone, in molti casi personaggi.  Raccontiamo di qualcuno.

La sera prima avevamo raggiunto il rifugio ed ora, con gioia e soddisfazione, saliamo il nostro secondo 4000. Appena partiti accendiamo le lampade frontali per non finire in un crepaccio, dicono che non è divertente. La luna è piena, enorme, e il ghiacciaio riflette la sua luce.  Spegniamo le nostre due misere lampade e procediamo con la luce naturale della notte.
Il sole è alto mentre stiamo per raggiungere la cima Gnifetti sul Monte Rosa, quando incrociamo un uomo. Lo ricordiamo ancora bene, con la barba, giacca a vento marrone, lo zaino, le stampelle…. una gamba sola! “Ma come è arrivato quassù?”. Ci salutiamo. E noi ci ridimensioniamo, la nostra fatica e conquista si inchina di fronte al personaggio con due punte d’acciaio sulle stampelle, per avanzare su un ghiacciaio.
Al ritorno incontriamo una cordata, ci salutano in tedesco alcuni giovani. Per ultimo ci saluta un uomo che non avevamo notato subito: piccolo, anche perché curvo, grandi baffi, capelli candidi come la neve attorno a noi. Ha un abbigliamento ed una attrezzatura da far morire d’invidia qualunque direttore di un Museo della Montagna, ed un sorriso sereno, bello, rivolto a noi. “Caro nonno, ci hai proprio conquistati!”.

Altri due personaggi ricordiamo volentieri.
Stiamo scalando sullo spigolo del Pollice, alle Cinque Dita, Sassolungo. Davanti a noi ci sono altre cordate, vanno spedite perché hanno una guida alpina che ripete i movimenti – quasi – ad occhi chiusi. Siamo già alti quando raggiungiamo una cordata di due persone, non hanno la guida… Ehi, sono due signore! Generosamente le stimiamo sulla sessantina. Di solito si incontrano più facilmente nel foyer di un teatro (sono leggermente truccate), e invece sono lì: decise, sicure, contente dello spigolo aereo che regala loro un panorama fantastico.
Le due signore non immaginano quanto ci hanno trasmesso. Solamente il giorno prima avevamo immaginato quali gite in fondo valle avremmo potuto fare una volta superata la sessantina….
Attraversiamo il ghiacciaio e arriviamo, emozionati, ai piedi della Pyramide de Tacul. Un pilastrone di granito che pare una piramide. Ci sganciamo i ramponi, posiamo le piccozze, togliamo gli scarponi per infilarci le scarpette da arrampicata.  Stiamo per iniziare la scalata in un bel sole d’agosto quando il compagno mi dice: «gira gli scarponi, con la suola in alto». Quale rito arcano si nasconde nel voltare gli scarponi?
Iniziamo la scalata. Abbiamo già fatto almeno otto lunghezze di corda quando inizia a nevicare! Nel massiccio del Bianco succede, anche in agosto. Iniziamo così a calarci con le corde doppie. Senza intoppi raggiungiamo la base della parete. Tolgo le scarpette e prendo i miei scarponi, li giro e li infilo: asciutti!
Ora è chiaro che non si può indicare o riconoscere in questi brevi racconti qual’è lui e quale sono io.
E’ proprio lo stesso.

Donato Chiampi e Domenico Salmaso

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